Piante in città

“Il bosco verticale” a Milano, quartiere Isola. I due grattacieli sono opera dell’architetto Stefano Boeri, presidente di Forestami.

Non passa giorno senza almeno un segnale sulle condizioni allarmanti in cui versa l’ambiente. Quando non si tratta di bombe d’acqua e allagamenti, frane e smottamenti, tsunami e terremoti, i pericoli restano sospesi nell’aria che respiriamo. Letteralmente. A monte dei disastri ambientali c’è il riscaldamento del pianeta. E a monte del riscaldamento del pianeta c’è l’inquinamento atmosferico. Il problema è più grave durante gli inverni secchi, quando l’aria inquinata ristagna ad altezza del nostri polmoni. Senza pioggia e senza vento l’anidride carbonica (CO2), frutto dei processi di combustione dei fossili, si ferma ai piani bassi dell’atmosfera. Le polveri sottili PM 2,5 e PM 10 sono prodotti di scarto della C02. Si differenziano per diametro e peso. Avendo un peso specifico più leggero e un diametro più piccolo, il PM 2,5 rimane nell’atmosfera più a lungo e riesce a penetrare più a fondo nell’organismo dell’uomo, fino a raggiungere i sistemi cardiovascolare e linfatico. All’opposto il PM 10, più pesante e con un diametro quattro volte più grande, resta intrappolato negli alveoli polmonari, dove favorisce le malattie respiratorie. Entrambi sono cancerogeni. «Uno dei consigli utili nei periodi di incremento delle polveri sottili è che le persone, specie quelle a rischio, stiano al chiuso più tempo possibile, facendo attività fisica indoor – ha suggerito Benjamin Horne, epidemiologo presso l’Intermountain Medical Center nello Utah e primo autore di uno studio sulle conseguenze del PM 2,5 nei soggetti con differenti gruppi sanguigni, presentato tre anni or sono alla conferenza dell’American Heart Association. Va da sé che è auspicabile che le persone pianifichino le uscite all’aria aperta nei momenti in cui i valori di polveri sottili sono più bassi, il che solitamente accade la mattina presto. Altro accorgimento, evitare le aree di intenso traffico automobilistico.

D’accordo, ma questa che vita è?

Il quadro è troppo allarmante per non provare tutti a porvi rimedio. Qualcosa, a quanto pare, si sta facendo. Se n’è parlato l’11 dicembre scorso alla trasmissione radiofonica “Radio anch’io” di Radio1. Eccone un resoconto che può tornare utile come promemoria su alcuni rimedi condivisibili e applicabili ovunque.

Siccome senza politica non si va da nessuna parte, la prima buona notizia è che il parlamento europeo si sta impegnando per ridurre le emissioni di carbonfossili del 55% entro il 2030. In questo modo l’Europa diventa l’entità politica a dettare l’agenda mondiale dei prossimi dieci anni nella lotta contro l’inquinamento e contro il dissesto idrogeologico del pianeta.

Altre buone notizie sono rintracciabili per iniziativa di singoli Stati, quando non di singole aggregazioni di cittadini e istituzioni. Strano ma vero, ciò accade anche in Italia. E così il Paese europeo probabilmente fin qui meno green e meno virtuoso nella conservazione ambientale, si sta impegnando a recuperare. È quello che sta facendo Forestami. Forestami è un’iniziativa che prevede la piantumazione di 3 milioni di nuove piante nell’area metropolitana di Milano entro i prossimi dieci anni. Le piante sono lo strumento più semplice che abbiamo per abbattere la C02 – ha dichiarato Stefano Boeri, architetto di fama internazionale e presidente del consorzio che ha dato vita al progetto. Forestami è un’iniziativa promossa da Città metropolitana di Milano, Comune di Milano, Regione Lombardia, Parco Nord Milano, Parco Agricolo Sud Milano, ERSAF e Fondazione di Comunità Milano. Alla base del progetto, una ricerca del Politecnico di Milano finanziata da privati (Fondazione Falck e FS Sistemi Urbani). Ma come fare affinché le piante in città possano convivere in armonia con il resto dell’arredo urbano senza diventare un pericolo per l’incolumità delle persone in caso di maltempo e integrandosi al meglio con viali e marciapiedi? Per Boeri bisogna ridurre la cubatura dei parcheggi lungo le strade destinate a diventare viali alberati, adattando la pavimentazione delle aree interessate. Ovvio che così facendo è necessario ridurre il numero delle auto. Non più un auto pro-capite ma più car-sharing e semaforo verde – è proprio il caso di dire – a tutti i mezzi di locomozione diversi dalle quattro ruote. In alternativa o, meglio, a seguire, si progetta di andare a colonizzare le aree agricole degli immediati dintorni, trasformandoli in boschi, all’insegna della sostenibilità e della biodiversità di un tempo. All’inizio del Novecento nella Pianura Padana si stimava una densità media di alberature e filari di oltre 200 metri lineari per ettaro e una capacità produttiva annua pari a quella odierna di tutti i boschi italiani messi insieme, ha ricordato Paolo Lassini, agronomo, docente all’Università di Milano, promotore di nuove tecniche  ecologiche per realizzare gli spazi verdi urbani.

Una politica di piantumazione, questa, esportabile ben oltre il contado. Ne è un esempio l’iniziativa promossa da Manu Manu Riforesta, l’associazione che a Ruffano (LE) ha iniziato a riscattare i primi ettari di Paduli Bosco Belvedere, un ex polmone verde poi trasformato in oliveto, a metà Ottocento. Grazie a cospicue donazioni in denaro e ghiande e alla consulenza scientifica dell’Orto Botanico dell’Università di Lecce, l’Associazione ha prima acquistato la proprietà e ora sta piantando le querce come un tempo. Lo scopo è ridare ossigeno al Salento e anche speranza di un riscatto per questa terra martoriata dalla xylella, ha dichiarato la promotrice, l’artista Ingrid de Simone.

Esistono diversi modi di reagire alle crisi, uno di questi è ripensare il territorio. L’idea di questa associazione sembra un buon esempio da seguire. Come hanno dichiarato alcuni dei membri, il loro è un gruppo di volontari che non si vuole arrendere alla caldo torrido e al panorama desolante di foglie secche. Le querce ridaranno ossigeno e ombra all’uomo e – si spera – nuova linfa agli ulivi. Roba buona per i nostri polmoni e per l’ambiente.