La malattia nella vecchiaia

Viviamo in una società che invecchia. Il ritmo con cui la popolazione mondiale sta crescendo fra gli over 65 non è mai stato più veloce. La medicina s’interroga su come fare a gestire questo fenomeno. Prima ha fatto in modo che la gente non morisse giovane, ora è a caccia di risposte su come fare a garantire la tenuta fisica e psichica della massa crescente di donne e uomini che accompagna alla soglia della terza età.

A lasciare fare al caso, succedono disastri. L’esperienza del covid insegna. Esperienze come questa della pandemia non devono farci trovare mai più così impreparati. Nessuno trova giusto che il numero degli anziani si livelli a causa dell’altissima letalità di questo o di un altro virus. Oltre l’80 per cento dei decessi per covid sta avvenendo fra gli over 70 anni. In passato c’erano le guerre ad appiattire la curva demografica. Le vittime erano i figli e i nipoti degli anziani che oggi sono chiamati a pagare il tributo più alto. Non appena si riuscirà a contenere l’emergenza in corso, saranno da ripristinare progetti sospesi da più di un anno.

Una delle visioni da ripristinare quanto prima è l’impatto che il cancro sta avendo sulla vecchiaia. Pandemia a parte, è il momento di fare i conti con la crescita che questa malattia sta dimostrando nelle persone anziane. Le statistiche sono impietose. Entro il 2050 gli over 60 raddoppieranno. Il che significa che l’attuale 37% dei casi di cancro che si riscontrano fra chi ha più di 70 anni andrà ben oltre il 50%, con il suo carico di esistenze distrutte, di un numero incalcolabile di morti e di costi socio-sanitari ingentissimi. Secondo “Union for International Cancer Control” (UICC), un’organizzazione internazionale che si è data come obiettivo quello di coordinare le politiche oncologiche a livello mondiale, l’emergenza cancro non è più procrastinabile. Forte della cooperazione con oltre 1200 organizzazioni presenti in 172 paesi, delle capacità che hanno di farsi ascoltare dai decisori politici, dai ricercatori e da chi si occupa di prevenzione oncologica in tutto il mondo, a loro dire la soluzione passa da un supporto attivo alle comunità allo scopo di ridurre le diseguaglianze per garantire a tutti i pazienti lo stesso tipo di accesso alle cure. Secondo Matti Aapro, oncologo e ambasciatore UICC per le politiche attive contro il cancro, i prossimi dieci anni saranno cruciali. La prima cosa da mettere in atto sarà superare i pregiudizi sulla popolazione che invecchia. Non si può parlare di cancro senza confrontarsi subito con le istanze geriatriche. Come fa un anziano a seguire come si deve la cura, rispettando le scadenze senza l’assistenza continua di qualcuno che condivida i bisogni che la malattia impone? Se l’anziano è un paziente isolato, non c’è speranza. Se invece vive in un contesto familiare o più allargato in cui c’è qualcuno che lo affianca, a partire dalle piccole incombenze quotidiane che ogni malattia comporta, allora siamo sulla buona strada. Intorno al paziente devono sorgere tante piccole realtà organizzate in grado di farlo sentire meno solo di fronte al dolore e alla logistica della cura. Spesso il familiare non è la persona giusta. O non è subito la persona giusta quando la malattia irrompe sulla scena. Sono molti i pazienti che a questo proposito dicono che non è facile condividere le paure più intime con i propri cari. Con il coniuge e con i figli prevale l’idea di risparmiarsi a vicenda l’estrema fragilità e le paure, preferendo confidarsi con una figura professionale di affiancamento e sostegno. Anzi, spesso è il terapeuta che riesce a fare da intermediario fra il malato e i suoi familiari, aiutandoli a superare il trauma iniziale e favorendo il dialogo e la condivisione della novità che ha stravolto le loro esistenze. Non sempre e non solo vi è la necessità di questi caregiver altamente qualificati. Per le piccole incombenze, come quella di rammentare al malato la giusta sequenza con cui prendere le medicine, oppure per accompagnarlo a un controllo è sufficiente la presenza di una persona cara o di una persona di supporto che entra in gioco per dare una mano nella vita di tutti i giorni. L’amico e il famigliare sono i soggetti ideali per questo tipo di aiuto alla persona. «Il solo pensiero di una persona, la cui esistenza giustifica la propria, è di per sé una medicina che prolunga la vita», scriveva Tiziano Terzani in “Un altro giro di giostra” a proposito della moglie, quando lei lo raggiunge in ospedale a New York, dove il noto giornalista e scrittore si era ricoverato per farsi curare di un tumore al colon. Da questo approccio integrato con le figure di riferimento dipende molta della qualità della vita e della prognosi dell’anziano affetto da cancro, è l’opinione del professor Etienne Brain, un geriatra-oncologo che per conto dello UICC è impegnato a costruire un ponte di dialogo fra le due discipline. Insomma, sul versante dell’integrazione fra malattia oncologica e assistenza alla persona anziana si può fare di più, a cominciare dalle cose più semplici. Si può fare di più e di meglio, restituendo alla malattia un migliore supporto logistico. Inoltre, rinvigorendo la componente umana ed esistenziale che aiuta le famiglie a non vivere la malattia come una punizione dalla quale rifuggire a causa dell’inspiegabile quanto ricorrente senso di colpa che scatta quando il cancro irrompe nell’esistenza degli individui, di tutti gli individui, nessuno escluso.