Contro il colesterolo e contro il tumore della prostata

«Partendo dalle evidenze che associano il livello di colesterolo al rischio di insorgenza del tumore della prostata, abbiamo voluto valutare quali abitudini alimentari potevano influenzare questa associazione». A parlare è Jerry Polesel, ricercatore del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, il CRO friulano che insieme all’Università degli studi di Milano e all’Istituto Nazionale dei Tumori “Fondazione Pascale” di Napoli, rappresenta l’Italia per quanto riguarda il contributo scientifico a uno studio che dimostra come l’adozione di una dieta in cui abbondano i prodotti vegetali e, all’opposto, limita quelli che contengono troppi grassi di derivazione animale, sia ottimale nella prevenzione del tumore della prostata, oltre al già osservato effetto protettivo per il sistema cardiovascolare.

Dottor Polesel, è il colesterolo alto (HDL e Totale) che favorisce il tumore della prostata?
«Livelli alti di colesterolo sono stati associati al rischio di cancro alla prostata, in particolare della sua forma più aggressiva. Inoltre, farmaci ipocolesterolemizzanti come le statine riducono il rischio di cancro della prostata. Il colesterolo di origine epatica viene trasportato nei tessuti attraverso le lipoptroteine di bassa densità, ovvero le LDL, e viene riportato al fegato dalle lipoproteine ad alta densità HDL; nel fegato, non viene utilizzato dalle cellule ma riciclato per produrre ormoni, acidi biliari e una parte di esso viene reintrodotta nella circolazione sanguigna. Anche le cellule della prostata producono colesterolo ma usano anche quello in circolo.

Vi siete fatti un’idea in base a quale meccanismo ciò avvenga?
«Principalmente il colesterolo è il precursore del testosterone, che è un fattore di rischio del cancro alla prostata e che la stessa terapia ormonale ADT (Androgen Deprivation Therapy) ha lo scopo di ridurre per tenere sotto controllo la crescita tumorale».

Come mai vi siete limitati al focus sul tumore della prostata, visto che la dieta di cui sopra rappresenta un fattore di rischio anche per altri tipi di tumore?
«I risultati pubblicati derivano da una re-analisi dei dati di uno studio comparativo (studio caso-controllo) condotto negli anni ‘90, che prevede il confronto tra un gruppo di pazienti con diagnosi di tumore della prostata (casi) e un gruppo di pazienti senza diagnosi di tumore della prostata (controlli), paragonabile per età ed area di residenza. Le informazioni sulle abitudini alimentari sono state raccolte, sia per i casi che per i controlli, con un questionario ad hoc, e non erano altrimenti disponibili con il dettaglio richiesto.
«Quindi, l’analisi stata possibile grazie alla disponibilità di due gruppi paragonabili e delle necessarie informazioni sulle abitudini alimentari.
«Nel corso degli anni ’90 e nei primi anni 2000, abbiamo condotto simili studi caso-controllo anche su altri tumori (per esempio, mammella, testa e collo, linfomi, vescica). Tuttavia, ci siamo inizialmente focalizzati su un solo tumore secondo la regola “one paper, one message”, necessitando di dare una descrizione della creazione dello score, oltre che della sua associazione con il rischio di tumore. Tuttavia, considerato che ci sono le condizioni per estendere l’analisi ad altri tipi di tumore, stiamo valutando altri sviluppi».

Analizzando a posteriori la dieta degli ultimi due anni di 1010 pz con tumore della prostata (casi) e di 1223 (controlli), nessuno dei quali assumeva farmaci ipolipemizzanti, in base allo score ricavato per la dieta, avete riscontrato un’associazione ridotta (-43%) tra comparsa di tumore della prostata e consumo elevato di almeno 5 su 7 dei seguenti indicatori alimentari: (1) fibre viscose; (2) elevato consumo di olio d’oliva e di altri oli vegetali; (3) elevato consumo di legumi; (4) basso apporto di SFA (satured fatty acids); (5) elevato apporto di olio di semi di mais (proxy dei fitosteroli); (6) basso apporto di colesterolo; (7) basso indice glicemico. In base a quali criteri è stato possibile definire il vostro score?
«È noto che solo il 20-30% del colesterolo è di origine esogena, con estrema variabilità individuale; il resto è prodotto dal fegato e i grassi saturi che si consumano aumentano questa produzione endogena. Quindi, non potendo fare una stima diretta del colesterolo circolante derivante dalla dieta, abbiamo spostato l’attenzione su una dieta ricca di alimenti per cui si era già evidenziata la capacità ipocolesterolemizzante. I 7 fattori che ha citato sono stati messi a punto così».

I soggetti che hanno preso parte al vostro studio sono italiani appartenenti a 5 aree diverse del Paese. Se la ricerca fosse stata fatta in un altro paese sarebbe cambiato qualcosa?
«Questo è possibile. I soggetti inclusi nello studio vivevano in un’area dove è largamente diffusa la dieta mediterranea, caratterizzata da un largo consumo di frutta e verdura, pasta e riso, olio d’oliva. È plausibile che uomini che vivono in aree con diverse abitudini alimentari (per esempio nel nord Europa) raggiungano difficilmente i livelli previsti dallo score per ciascuno dei 7 fattori. Tuttavia, si possono includere nello score altri cibi chiave consumati in un dato paese e che sono fonti di acidi grassi monoinsaturi, fibra viscosa, fitosteroli e cibi a basso indice glicemico, che sono rari nella dieta mediterranea».

L’olio di semi di mais è un olio vegetale, mi sembra; esso compare due volte nel ranking di cui sopra. Eppure, da un punto di vista squisitamente della prevenzione cardiovascolare, gli viene preferito quello d’oliva extravergine. Che cos’ha di così importante per la prostata?
«Sia l’olio d’oliva che quello di mais sono indicati per la prevenzione cardiovascolare e anche oncologica per il loro valore sostitutivo ai grassi saturi e per le loro componenti salutari come gli acidi grassi mono- e poli-insaturi e la vitamina E. Inoltre, l’olio d’oliva extra vergine contiene vari antiossidanti come i polifenoli e la clorofilla (che dona il colore verde all’olio) mentre l’olio di semi di mais contiene fitosteroli (circa 1g/100g di olio) 3 volte di più rispetto all’olio d’oliva. Proprio quest’ultimi, presenti soprattutto negli oli di semi (beta-sitosterolo, campesterolo, stigmasterolo ecc.), aiutano a ridurre l’assorbimento del colesterolo alimentare a livello intestinale del 30-50%, con un meccanismo di tipo competitivo. Per questo, negli ultimi decenni, l’industria alimentare ha incominciato ad addizionare i fitosteroli ad alcuni prodotti alimentari quali yogurt, latte e margarine soffici, proprio per la loro capacità di ridurre la colesterolemia. Il quantitativo di fitosteroli per un effetto di riduzione della colesterolemia del 10% è di circa 2g/die, ma quantitativi più ridotti sono comunque in grado di avere un’efficacia, seppur ridotta».

Riguardo alle fibre viscose, leggo si trasformano in un vero proprio gel che favorisce il transito delle feci nell’intestino. Da questo punto di vista mi sarei aspettato un effetto positivo contro il tumore del colon e dell’intestino, non del tumore della prostata. Sto semplificando troppo?
«Confermo che l’effetto protettivo vale anche per il cancro del colon-retto ma per quest’ultimo i meccanismi sono più diretti perché includono anche aspetti puramente meccanici come la diluizione delle tossine o l’impedimento delle stesse di venire a contatto con i colonociti. Questo grazie alla fibra alimentare ma ci sono anche aspetti indiretti ovvero attraverso la flora batterica intestinale che si ciba di fibra e che insieme ai suoi metaboliti (postbiotici) produce effetti benefici sulla salute del colon e dell’individuo».

Uno dei vostri autori riceve finanziamenti e borse di studio da una sfilza davvero notevole di industrie alimentari. Apparentemente non c’è contraddizione, eppure le cose non avvengono per caso; le industrie alimentari si danno da fare per dimostrare che il cibo che producono non è dannoso per i consumatori, e in questo cercano l’avvallo della scienza. A volte, è sufficiente non menzionare certi legami. Per esempio, fra gli sponsor del ricercatore DJAJ figurano la Coca-Cola e la Barilla. La Coca-Cola è una bevanda che certo non brilla per basso indice glicemico (cfr. al punto 7). Lo stesso si può dire per la pasta Barilla. Possiamo affermare che solo un consumo veramente ridotto di pasta e bevande gassate è in grado di garantire il goal di cui al punto 7?
«Oltre che essere una specifica richiesta di ogni editore, l’etica professionale ci impone di dichiarare tutti i potenziali conflitti di interesse. A tale fine, è prassi dichiarare anche piccoli contributi come borse di studio e rimborsi spese. Per gli autori che lavorano all’estero, in particolare negli Stati Uniti, questo rischia di tradursi in una lista molto lunga, considerato come in tali contesti sia prevalente il finanziamento privato della ricerca rispetto a quello pubblico.
In tutta onestà, mi sento di escludere che ci siano dei reali conflitti di interesse: né il primo né l’ultimo autore hanno dichiarato alcun conflitto di interesse, ed i risultati riportati sull’indice glicemico non sono certo a favore del consumo dei cosiddetti soft drinks.
Per quanto riguarda l’ultimo punto, il nostro lavoro valuta l’indice glicemico dell’intera dieta di ogni soggetto, alla quale contribuiscono tutti gli alimenti che abitualmente vengono consumati. In base a questi risultati, non è quindi facile dare delle indicazioni su specifici alimenti. Tuttavia, il consumo di bevande zuccherate è stato consistentemente associato all’aumento di rischio di tumore, oltre che ad altre disfunzioni metaboliche, tanto che la riduzione del loro consumo è stata proposta come una strategia di prevenzione oncologica (vedi al link)».

(Nella stesura delle risposte ha contribuito Livia Augustin, nutrizionista dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale, ndr).

Jerry Polesel, del Centro di riferimento Oncologico di Aviano.