Il cancro delle diseguaglianze

«Considerare le disuguaglianze sociali nei tumori, misurarle a livello di popolazione e tenerle in debito conto quando si fa ricerca e quando si attuano interventi di salute pubblica di qualsiasi tipo non è solo una questione di giustizia ma anche la via per ridurre il fardello del tumore nella società».  Queste le parole che Salvatore Vaccarella, epidemiologo presso lo Iarc di Lione, usa a commento di uno studio di cui è stato coautore e di cui ora, a pubblicazione avvenuta dell’articolo su «The Lancet Regional Health – Europe», ricopre il ruolo di corresponding author. Dall’analisi comparativa dei dati epidemiologici raccolti in diciotto paesi europei è venuta la conferma che esiste una correlazione cogente tra le differenze socioeconomiche e la mortalità oncologica per diversi tipi di tumore. Ovvero che più il livello socioeconomico è basso, più il rischio di ammalarsi e morire di tumore aumenta. Per i dati relativi al livello di istruzione i ricercatori dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione hanno attinto dai dati del censimento condotto nel periodo 1990–2015 e collegati ai dati di mortalità per tumore. Per l’Italia, erano disponibili solo i dati del Piemonte.
Dottor Vaccarella, nel vostro articolo si parla di diseguaglianze e rischio oncologico, ovvero di come le prime espongano a maggior rischio di morire di cancro le persone che le patiscono. Vuole spiegarci qual è il nesso fra le due condizioni?
 «Le persone con livello socioeconomico più basso hanno tassi di tumore più elevati in confronto alle persone di livello socioeconomico più alto. E questo è vero in tutti i paesi d’Europa inclusi nello studio e per quasi tutti i tipi di tumori. Inoltre, esiste un gradiente socioeconomico nel senso che il rischio di morire di tumore aumenta al diminuire del livello socioeconomico (e ciò implica che tutti i cittadini ne subiscono le conseguenze, non solo i gruppi particolarmente sfavoriti). Il nesso è che le persone di livello socioeconomico più basso sono esposte a più fattori di rischio (per esempio il fumo, l’alcol, l’obesità, ecc.) e beneficiano meno e peggio delle misure di prevenzione, diagnosi precoce e trattamenti».
Da questo punto di vista, come si posiziona il nostro paese, che non mi pare brilli per le politiche egualitarie a favore dei più deboli, a parte il sistema sanitario universalistico di cui ci siamo dotati ma che, purtroppo, fa acqua da molte parti?
«I paesi dell’area mediterranea inclusa l’Italia non si posizionano troppo male in confronto ad alcuni paesi del Nord o dell’Est Europa, pur non avendo delle politiche sociali egualitarie particolarmente sviluppate. Il sistema sanitario universalistico italiano (pur con i suoi difetti) può essere parte della spiegazione, alla quale si aggiunge probabilmente il fatto che l’epidemia di fumo è arrivata un po’ dopo rispetto ad altri paesi, che forse le classi sociali sono un po’ più integrate e quindi con stili di vita più simili tra loro, che un gruppo relativamente numeroso di persone più istruite sia emerso dopo, rispetto ad altri paesi».
Fra i parametri che prendete in considerazione come elemento di disparità socioeconomica vi è il grado di scolarizzazione, eppure nella società non mi pare che le persone istruite siano sempre da noverare fra le benestanti; potrebbe spiegare in che modo una maggiore scolarizzazione tuteli dalle conseguenze peggiori di rischio oncologico?
«La scolarizzazione è associata alla possibilità di ottenere lavori meno usuranti e più stabili, oltre che a stipendi più alti, e a una alfabetizzazione sanitaria più alta (ciò permette di capire come evitare i fattori di rischio per tumore, di beneficiare di misure di prevenzione e di trattamenti efficaci, nonché di navigare meglio nel sistema sanitario. Queste sono solo tendenze generali a cui molte persone sfuggono in un senso o nell’altro, però a livello di popolazione è ciò che vediamo».
Sappiamo che il tabagismo è una condizione di rischio che peggiora quelle derivanti da altre esposizioni, come per esempio dagli inquinanti atmosferici. Le risulta che l’abitudine al fumo sia un comportamento che sussiste maggiormente fra gli appartenenti alle classi lavoratrici, quelli che un tempo si chiamavano operai senza tentennamenti?
«Il fumo è certamente la causa principale delle disuguaglianze osservate nei tumori. Le classi sociali più basse sono più esposte al fumo, per vari motivi, che possono essere culturali, di poca alfabetizzazione sanitaria, maggiore stress, eccetera ».
Tanto per chiarire, a ogni boccata di tabacco, si inalano oltre 4 mila sostanze chimiche, almeno un’ottantina delle quali, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), sono anche cancerogene.

Salvatore Vaccarella, epidemiologo presso lo Iarc di Lione, e corresponding author della pubblicazione apparsa su «The Lancet Regional Health – Europe».