Cure mediche per tutti

Se vogliamo tenere fede alla legge che ha ispirato il Sistema Sanitario Nazionale (SSN), basato com’è sui principi di equità, uguaglianza e universalità, è necessario ridurre le liste d’attesa, la migrazione sanitaria e l’impoverimento di chi è costretto a pagarsi le cure di tasca propria oppure a rinunciarvi, sostiene Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, l’osservatorio sulla salute che si è distinto durante la pandemia per l’elaborazione dei dati sull’incidenza del Covid-19 nel nostro paese e che ora si è fatto promotore di una campagna a difesa del SSN.
Un cambio di rotta che inevitabilmente deve passare dalla politica. Nel piano di rilancio di cui Gimbe s’è fatto promotore, si parte dal presupposto che la manutenzione ordinaria non sia più proponibile. Nell’indifferenza di tutti i Governi – ricorda Cartabellotta in uno dei frequenti interventi pubblici cui sta prendendo parte in questi mesi – si è arrivati allo stato della sanità italiana sopradescritta, con diseguaglianze fra le regioni, in termini di aspettative di vita alla nascita, che toccano i 3,3 anni. Una cifra da mettere in conto alla differenza fra la provincia autonoma di Trento, la prima in Italia, e quella di Napoli e della Campania, il fanalino di coda.
Tuttavia, la regressione è avvenuta anno dopo anno e il cambio di rotta dipende da un piano di investimenti adeguato all’eccezionalità della situazione. Durante la pandemia, sono fioccate promesse trasversali dalla politica che oggi, fuori dall’emergenza, sono state accantonate, ricorda ancora il presidente di Gimbe. Le promesse di rilanciare il nostro SSN in quanto pietra angolare della nostra democrazia sono state fatte in maniera trasversale, ma poi, passata l’emergenza, ecco che la politica ha fatto marcia indietro. Nei programmi elettorali delle ultime consultazioni politiche c’era poco e niente, «il rapporto fra spesa sanitaria e Pil al 2025 tende al 6%, una cifra che è in linea con gli investimenti inadeguati degli ultimi 15 anni, mentre in Legge di bilancio sono state proposte solo briciole» circa 2 miliardi, di cui la maggior parte per assorbire, more solito, i maggiori costi sanitari.
Un problema enorme è quello del personale. Dopo 15 anni di disinvestimenti sul personale sanitario siamo fermi a un tetto di spesa identico a vent’anni fa, che ha causato il blocco dei contratti e delle assunzioni – è sempre Cartabellotta a ricordarlo – e che ha dimezzato le borse di studio di specialità. È ciò che nella proposta di rinnovamento del SSN, Gimbe ha chiamato il rilancio del capitale umano. Esso parte dal presupposto della rimotivazione del personale. Sarebbe un modo per vedere ricoperti tutti i posti nelle università di scienze infermieristiche, che oggi, invece, vengono per la metà disertati, verosimilmente perché fare l’infermiere è vista come una professione mal pagata e di scarse prospettive di carriera. Rinuncia dopo rinuncia, secondo Gimbe siamo arrivati a un punto critico: se anche avessimo i soldi, oggi non avremmo i professionisti. Un’affermazione confermata dal dato che la metà dei posti nelle scuole di specialità restano vacanti per mancanza di domanda. Il che fa presupporre che la professione non sia più attrattiva e venga considerata rischiosa, alla luce di quello che è successo durante la pandemia.
La presenza del privato, che dovrebbe essere integrativa rispetto al pubblico, oggi è diventata sostitutiva, soprattutto in alcune regioni; quella che dovrebbe essere una scelta del cittadino di rivolgersi al privato, è diventata una necessità imposta dalle carenze del pubblico. Si tratta di una conseguenza dell’erosione progressiva del sistema sanitario nazionale, sostiene Cartabellotta. In questo modo le cure mediche diventano un privilegio di chi se le può permettere, i tempi lunghi delle liste d’attesa nel pubblico non possono essere sopportati per ragioni di salute e le persone sono costrette a rivolgersi al privato pagando, e chi non può pagare aspetta, quindi le famiglie o mettono mano al portafogli impoverendosi, oppure sono costrette a rinunciare alle cure. Secondo Cartabellotta, il sistema va ripensato in previsione di quello che si vuole per il futuro: non è solo un problema di quanti soldi servono per far funzionare la macchina, ma di quale servizio sanitario vogliamo, ne abbiamo uno universalistico che va garantito a tutti, indipendentemente dal luogo di residenza. Se la realtà è quella di un’Italia spaccata in due rispetto ai livelli essenziali di assistenza (LEA), è evidente che l’autonomia differenziata che garantirebbe più risorse alle regioni più ricche non farebbe che accentuare il gap fra Nord e Sud, sostiene Cartabellotta. Per applicare correttamente l’autonomia differenziata alla Sanità, bisognerebbe prima colmare questo divario, altrimenti le due velocità non diventeranno mai una cosa sola, e il divario di cui sopra diverrà sempre più incolmabile.