Gli effetti secondari nelle cure oncologiche

 

La trombosi venosa profonda (TEV) può diventare un fattore di rischio moltiplicato per quattro in chi assume una certa combinazione di farmaci per la cura del tumore polmonare. I farmaci in questione, lazertinib-amivantamab, stanno dando buoni risultati in chi viene curato per carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), ma avrebbero questo grave effetto collaterale. La conferma viene da un nuovo studio che Nicolas Girard, medico specialista in medicina respiratoria presso il Curie-Montsouris Chest Centre di Parigi, ha presentato alla riunione annuale ASCO (American Society of Clinical Oncology) tenutasi a Chicago nel mese di giugno.  In questo lavoro i ricercatori consigliano di giocare d’anticipo con la TEV introducendo dei trattamenti di prevenzione in chi ha più di 60 anni o presenta altri fattori di rischio specifici.

Sono molti i fattori che possono provocare dolore e rigonfiamento alle gambe, ma se la ragione è un coagulo di sangue che si è formato nelle vene più profonde, le conseguenze possono essere molto pericolose. Quando accade, la diagnosi da accertare è sicuramente quella di trombosi venosa profonda. Il trombo (una formazione di sostanza ematica solida) si verifica quasi sempre nella vena poplitea, che sorge internamente al muscolo del polpaccio, ma anche in quella femorale, situata in prossimità dell’inguine.

Tornando al tumore, amivantamab è un anticorpo monoclonale sviluppato per il trattamento di pazienti con NSCLC avanzato e metastatico che presentano rare mutazioni del fattore di crescita epidermico (EGFR, Epidermal, Growth Factor Receptor) mentre lazertinib è un inibitore di terza generazione della tirosin-chinasi (TKI) del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR). Questa combinazione di amivantamab e lazertinib è stata valutata in diverse coorti di pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato-metastatico con mutazione dell’EGFR.

Girard e i suoi colleghi hanno notato che l’attività antitumorale sembra essere migliorata quando entrambe le terapie vengono somministrate in combinazione e gli effetti collaterali sono generalmente accettabili fatta eccezione per il rischio di TEV.

Così i ricercatori sono partiti dai dati di studi clinici in corso (CHRYSALIS, CHRYSALIS-2 e LASER201) che valutano l’efficacia di questi nuovi agenti come monoterapia o in combinazione. Inizialmente hanno studiato tutti gli eventi trombotici segnalati e hanno escluso quelli che si sono verificati durante o dopo i 30 giorni precedenti la progressione della malattia.

L’analisi ha incluso 560 pazienti trattati con amivantamab in monoterapia, 536 pazienti con amivantamab più lazertinib in combinazione e 252 trattati con lazertinib in monoterapia. L’incidenza di eventi tromboembolici è stata più alta nei pazienti che hanno ricevuto amivantamab più lazertinib in combinazione (21%) rispetto a quelli che hanno ricevuto amivantamab (11%) o lazertinib (11%) in monoterapia.

Il primo evento tromboembolico si è verificato in media 84,5 giorni dopo l’inizio del trattamento con amivantamab, 79 giorni dopo l’inizio della terapia di associazione e 170 giorni dopo l’inizio del trattamento con lazertinib. Per la combinazione amivantamab più lazertinib, la maggior parte dei TEV si è sviluppata nei primi 4 mesi di trattamento. I TEV più comuni sono stati l’embolia polmonare e la trombosi venosa profonda.

L’incidenza di eventi trombotici gravi, che era relativamente bassa (amivantamab, 5%; amivantamab più lazertinib, 6%; lazertinib, 6%) era simile indipendentemente dal trattamento e non si sono verificati eventi trombotici di grado a rischio tra pazienti trattati con la combinazione di entrambe le terapie mirate.

A dire di Girard, l’Institut Curie per cui egli lavora è già particolarmente allertato per il rischio di trombosi nei pazienti oncologici in genere, al punto che avrebbe all’attivo un progetto (DASTO) dedicato a questo tema che mira a incrociare i dati provenienti da diversi centri oncologici francesi con i dati del sistema di sicurezza sociale per comprendere i fattori di rischio, migliorare il trattamento dei pazienti, apportare modifiche al percorso di cura e prevenire il verificarsi di questo evento indesiderato.