
Chi sviluppa il diabete è più esposto al rischio di ammalarsi di cancro. Fattori di rischio comuni si associano a entrambe le malattie. In caso di diabete di tipo 2 o alimentare, il fumo, una dieta sbilanciata per zuccheri e grassi, il sovrappeso e la mancanza di esercizio fisico sono i pericoli che concorrono ad esacerbare i processi d’infiammazione dei tessuti e ad accrescere i livelli di glicemia nel sangue. Gli stessi che minacciano l’omeostasi di molti dei futuri pazienti oncologici prossimi a un tumore della mammella, del polmone, del fegato, del pancreas e di quelli del colon-retto, stando alla letteratura in materia che ha incrociato le diagnosi. Non solo. Da una metanalisi di recente pubblicazione, la conferma a quello che precedenti studi hanno già avvalorato. Ovvero, che alcuni di questi tumori si verificano più di frequente tra coloro che assumono specifiche categorie di farmaci per il diabete. Insomma, i farmaci utilizzati per controllare questa temuta malattia hanno i loro effetti sull’organismo, causando effetti avversi specifici.
Da una rapida disamina dei farmaci in questione, apprendiamo che gli antidiabetici sono farmaci che mantengono i livelli di glicemia (il glucosio nel sangue) nella norma e che contrastano i sintomi del diabete, tra i quali spiccano la sete, la poliuria (frequenti minzioni), la perdita di peso e la chetoacidosi (una conseguenza da deficit insulinico). È il caso dell’iniezione di insulina. L’insulina è la molecola che riduce i livelli di zuccheri nel sangue come farebbe l’insulina prodotta naturalmente dal pancreas. L’insulina è l’unica scelta a disposizione di chi soffre di diabete di tipo 1, ma si adatta anche ad alcuni casi di diabete di tipo 2.
Oppure si può trattare degli antidiabetici orali, che aumentano la produzione di insulina da parte del pancreas e riducono la secrezione di glucagone (l’altro ormone che controlla gli zuccheri nel sangue), il fabbisogno di insulina, la sintesi di glucosio nel fegato o agiscono sull’assorbimento del glucosio o sugli acidi grassi liberi. Fra i più utilizzati sono inclusi le sulfoniluree, i biguanidi, l’acarbose, la repaglinide e il tiazolidindione.
Sono i farmaci di prima scelta in caso di diabete di tipo 2. I risultati della metanalisi, di libera lettura su «Nature Journal», hanno mostrato che il cancro del colon-retto e il cancro del fegato si sono verificati in percentuali più basse nei pazienti diabetici in cura con le biguanidi: il rischio di cancro al fegato è risultato inferiore di un rimarchevole 45% e quello del colon-retto del 15%. In altri studi caso-controllo, l’uso di biguanidi è stato collegato ad un aumento del rischio di cancro al pancreas del 25%. Parallelamente, il rischio di cancro al seno e al fegato è stato ridotto di circa il 15% in chi ha assunto il tiazolidinedione (un farmaco in grado di aumentare sensibilmente la sensibilità dei tessuti all’insulina).
Parallelamente le probabilità di cancro ai polmoni si sono ridotte del 44%. L’uso di insulina è stato collegato a una riduzione del 25% delle probabilità di cancro alla prostata e a un calo del 10% delle probabilità di sviluppare un cancro al seno. Tuttavia, le terapie a base di insulina si sono associate a un aumento davvero insostenibile per il rischio connesso a due tumori. Il rischio di cancro al pancreas, che è aumentato 240%, quello del cancro al fegato, del 74% in più.
«La nostra metanalisi rivela che le associazioni tra l’uso di farmaci per il diabete e il rischio di cancro sono generalmente coerenti tra diversi tipi di studi, i livelli di qualità e i paesi di appartenenza delle popolazioni – rimarcano gli autori – Tuttavia, differenze regionali sono emerse, come la più forte associazione tra uso di insulina e rischio di cancro al fegato nelle popolazioni dei paesi occidentali.
L’associazione incoerente tra le iniezioni di insulina e il cancro del colon-retto e fra i biguanidi e il cancro del pancreas, che variavano in base al tipo di studio, sottolineano la necessità di interpretare i risultati con cautela». Un invito alla cautela, posto che i fattori geografici e la pianificazione degli studi potrebbero aver influenzato le associazioni osservate, così da suggerire ulteriori ricerche per migliorare la comprensione di tutti gli interessati. Che non sono pochi. La stima è che entro il 2030 saranno quasi 440 milioni gli adulti di età inferiore agli 80 anni affetti da diabete.