Il Dry January dei medici

In un articolo apparso di recente su Medscape News (un portale di notizie per medici e professionisti della salute) si discute dell’evoluzione dell’atteggiamento dei medici verso il consumo di alcol, sia personale che professionale. Storicamente, l’alcol (specialmente il vino rosso) era considerato benefico, ma la ricerca recente lo ha classificato dannoso. Insieme all’amianto e al tabacco, l’alcol figura in classe 1, fra le sostanze “ sicuramente cancerogene”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che non esiste una quantità sicura di alcol, e un importante studio del 2018 su The Lancet ha confermato che nessuna quantità di alcol migliora la salute.

Nonostante queste evidenze, il rapporto dei medici con l’alcol rimane complesso, apprendiamo dall’articolo citato. L’alcol è profondamente radicato nella cultura medica e sociale: è presente in molti eventi professionali e conferenze. Mentre alcuni medici stanno riducendo il proprio consumo e alcuni ospedali stanno rendendo “alcol-free” i loro eventi, altri continuano a bere con moderazione. Il dibattito solleva anche questioni sugli standard a cui adeguarsi, evidenziando un equilibrio precario fra convenzione sociale e responsabilità professionale.

Il Dry January, iniziativa nata nel Regno Unito qualche anno fa, rappresenta un interessante compromesso con le tematiche discusse nell’articolo. L’idea di astenersi dall’alcol per un mese intero si allinea con la crescente consapevolezza medica sui rischi dell’alcol evidenziata nell’articolo.

Il fenomeno del Dry January può essere visto come un “esperimento sociale” che suggerisce alle persone di sperimentare uno stile di vita senza alcol, proprio come alcuni medici citati nell’articolo hanno scelto di fare in modo permanente. Un periodo di astinenza temporanea può portare benefici immediati come un migliore sonno, più energia e un risparmio economico, ma soprattutto può servire come catalizzatore per ripensare il proprio rapporto con l’alcol – esattamente il tipo di riflessione che l’articolo suggerisce stia avvenendo all’interno della comunità medica.

La crescente popolarità del Dry January riflette anche quel cambiamento culturale più ampio menzionato nell’articolo, dove la scelta di non bere sta diventando sempre più socialmente accettabile, anche in contesti professionali dove l’alcol è sempre stato tradizionalmente una presenza fissa.

Il Dry January è successivo agli eccessi che caratterizzano le feste natalizie ma, più in generale, si oppone al fenomeno del binge drinking, ovvero all’assunzione di una quantità eccessiva di alcol condensata in poche ore, come avviene durante gli aperitivi o nelle serate in discoteca. Secondo la definizione classica, il binge drinking presuppone il consumo di 5 drink di fila negli uomini e 4 nelle donne con una media di due volte al mese (a settimane alterne). Vale la pena ricordare, come fanno gli esperti, che fino a 25 anni l’organismo non è in grado di demolire l’etanolo presente nell’alcol, per la mancanza di un enzima del fegato. L’etanolo va così a colpire parti molto vulnerabili, tra cui le membrane di fegato e cervello. Di conseguenza, se per il fegato s’innesca l’iter patologico che dalla steatosi epatica può portare alla cirrosi, per il cervello si registrano pesanti interferenze sul processo cognitivo, con il rischio di portare la mente dell’adulto a capacità cerebrali limitate. Infine, il binge drinking avrebbe effetti su cuore e arterie. Insomma, anche se nessuno dei due inglesismi dovesse piacervi, quello che è certo è che, per la salute, il Dry January è meglio del binge drinking.