
La storia di Patricia Hart racconta una realtà scomoda dell’oncologia moderna. Ce ne parla Christina Szalinski in un articolo pubblicato su Medscape Medical News Features il 5 agosto 2025. A 59 anni, riferisce Christina Szalinski, dopo una diagnosi di carcinoma mammario triplo negativo, Patricia Hart segue un protocollo che combina chemioterapia standard e pembrolizumab. Mentre il cancro è in remissione, Hart sviluppa un’insufficienza surrenalica secondaria che richiederà terapia steroidea a vita. “Se mi avessero detto che questo poteva causare un danno permanente alle ghiandole pituitarie e surrenali, avrei detto ‘aspettiamo e vediamo’”, riferisce Christina Szalinski dal colloquio che ha avuto con la paziente.
A detta di Szalinski, il caso di Hart evidenzia un problema sistemico: i benefici e i rischi riportati negli studi clinici controllati spesso non riflettono la realtà della pratica clinica quotidiana. I trial tendono ad arruolare pazienti più sani, con poche comorbidità, più propensi a tollerare dosi elevate e a riportare meno complicazioni.
Sempre secondo Szalinski, il linguaggio utilizzato nei report degli studi contribuisce a minimizzare i rischi. Un’analisi del 2018 su 122 studi oncologici pubblicata sul BMJ ha rivelato che circa la metà utilizzava terminologia che non rifletteva il reale profilo di tossicità. Anche in presenza di eventi avversi gravi o fatali, gli autori scrivevano che “le tossicità erano accettabili” o che il trattamento aveva “un profilo di sicurezza gestibile”. Per esempio, uno studio su irinotecan liposomiale per il cancro pancreatico affermava che aveva “un profilo di sicurezza gestibile e per lo più reversibile”, nonostante cinque persone fossero morte per tossicità del farmaco.
Come ricorda Szalinski, circa il 90% degli studi oncologici è finanziato dalle case farmaceutiche, creando incentivi a presentare i danni in modo più accettabile. Spiega la dottoressa Kathy Miller: “L’industria non ama che si focalizzi sulla tossicità dei loro farmaci, preferisce chiamarli ‘eventi avversi emergenti dal trattamento’ perché tossicità suona male”.
I criteri di eleggibilità rigorosi dei trial creano popolazioni destinate a fare meglio rispetto ai pazienti non arruolati. Nel trattamento del cancro al fegato, per esempio, i pazienti reali spesso hanno cirrosi, diabete o altri problemi epatici, mentre i trial limitano l’arruolamento a pazienti con funzionalità epatica perfetta. Il dottor Bishal Gyawali, citato nell’articolo, riferisce che mentre i ricercatori possono riportare un 30% di tossicità gravi in ambiente di studio, nella clinica questo tasso può raddoppiare.
Un altro problema è l’approccio “più è meglio” ancora dominante in oncologia. Molti farmaci vengono approvati a dosi eccessive basandosi su una credenza errata che dosi maggiori garantiscano sempre migliori risultati. Il caso del sotorasib di Amgen è emblematico: approvato a 960 mg giornalieri, uno studio successivo ha mostrato che una dose quattro volte inferiore (240 mg) produceva risultati simili con l’89% in meno di effetti collaterali gravi.
Gli esperti propongono diverse soluzioni: criteri di eleggibilità più inclusivi per rendere i dati di sicurezza più realistici, studi di ottimizzazione della dose randomizzati, maggiore trasparenza nella pubblicazione degli eventi avversi e monitoraggio continuo della sicurezza dopo l’approvazione FDA. Analisi post-commercializzazione hanno già rivelato disparità importanti, come il fatto che le donne nere hanno maggiori probabilità di sviluppare neuropatia periferica grave con il paclitaxel settimanale rispetto alle donne caucasiche.
Hart convive oggi con le conseguenze di questo sistema: il danno surrenalico irreversibile rappresenta “una preoccupazione per tutta la vita” che forse si sarebbe potuta evitare. La sua esperienza sottolinea l’importanza per i clinici di discutere non solo le promesse delle nuove terapie, ma anche i possibili pericoli permanenti che possono accompagnarle.