Semaglutide: il farmaco contro l’obesità che riduce il rischio di glaucoma

Uno studio retrospettivo pubblicato su «Ophthalmology» nel febbraio 2025 ha rivelato che i farmaci agonisti del recettore del peptide-1 simile al glucagone (GLP-1 RA) riducono significativamente il rischio di glaucoma e ipertensione oculare nei pazienti con sovrappeso o obesità senza diabete. Ne parliamo in questa sede perché studi recenti hanno gettato nuova luce sulla correlazione tra glaucoma e rischio oncologico.

La ricerca ha considerato il trattamento farmacologico del glaucoma basandosi sui dati delle cartelle cliniche elettroniche raccolti tra il 2004 e il 2024. I ricercatori hanno confrontato due gruppi di pazienti: uno trattato con GLP-1 RA (semaglutide o liraglutide) e l’altro con farmaci alternativi per la perdita di peso.

La semaglutide rappresenta oggi uno dei farmaci più conosciuti nella categoria degli agonisti del recettore GLP-1. Il suo meccanismo d’azione è specifico: si lega ai recettori del GLP-1 stimolando la produzione di insulina e riducendo l’appetito attraverso l’aumento del senso di sazietà.

È fondamentale chiarire che questo farmaco non ha alcuna correlazione con il Mediator prodotto dalla Servier, ritirato dal mercato anni fa dopo aver causato gravi danni cardiovascolari a pazienti che lo hanno assunto per oltre trent’anni, principalmente in Francia.

La questione è emersa a seguito della trasmissione “Indovina chi viene a cena” del 22 marzo 2025 su Rai 3, durante la quale la conduttrice Sabrina Giannini ha creato una confusione impropria tra i due medicinali. Sebbene la trasmissione abbia correttamente presentato la semaglutide come farmaco popolare contro obesità e sovrappeso, sviluppato inizialmente per il diabete di tipo 2, ha poi lanciato un ingiustificato allarme invitando alla cautela nell’uso di questo farmaco, paventando possibili sviluppi simili al caso Mediator. La trasmissione ha proseguito raccontando la vicenda del Mediator, culminata nel 2023 con una sentenza che ha obbligato Servier a risarcire oltre 2000 pazienti per i danni cardiaci subiti.

L’accostamento tra la semaglutide e Mediator solleva dubbi ingiustificati sulla sicurezza del primo che, in realtà, è in uso clinico da oltre un decennio con un profilo di sicurezza ben documentato e un meccanismo d’azione completamente diverso. La semaglutide – ci hanno chiarito alcuni esperti – opera sul recettore GLP-1 del sistema nervoso, attivando il nucleo del vago e inducendo sazietà. Il Mediator, invece, funzionava con un’azione amfetaminergica – era un’anfetamina, ndr –  sul nervo simpatico, secondo un meccanismo totalmente differente.

Tornando allo studio dal quale siamo partiti, esso ha coinvolto un campione di 122.114 pazienti totali, equamente divisi nei due gruppi, con età media di circa 67 anni e una prevalenza femminile di circa il 69%. I risultati sono stati valutati dopo 3 e 5 anni di trattamento. Il gruppo trattato con GLP-1 RA ha mostrato una riduzione del rischio di glaucoma ad angolo aperto primario del 50,4% dopo 3 anni (RR 0,496) e del 58,5% dopo 5 anni (RR 0,415) rispetto al gruppo di controllo. Per quanto riguarda l’ipertensione oculare, la riduzione del rischio è stata del 55,9% dopo 3 anni (RR 0,441) e del 65,8% dopo 5 anni (RR 0,342). Inoltre, i pazienti trattati con GLP-1 RA hanno mostrato una maggiore riduzione dell’indice di massa corporea (BMI) rispetto a quelli trattati con farmaci alternativi, con le donne che hanno ottenuto risultati migliori rispetto agli uomini. Lo studio ha anche rilevato una riduzione significativa del rischio di ictus, infarto miocardico, embolia polmonare e morte. Secondo gli autori, del Dipartimento di Medicina della Creighton University School of Medicine, le proprietà neuroprotettive e anti-infiammatorie dei GLP-1 RA potrebbero estendere questi benefici oltre le popolazioni studiate, sottolineando la potenziale rilevanza globale di questi risultati in ambito oftalmologico. Tuttavia, lo studio presenta alcune limitazioni, tra cui la dipendenza da codici diagnostici standardizzati, il BMI come potenziale fattore di confondimento, la mancanza di dati sulla pressione intraoculare e l’impossibilità di valutare direttamente l’aderenza alla terapia dei pazienti.