L’arte che cura: Lugano sperimenta la cultura come medicina

Non più solo farmaci, ma anche pennelli, spartiti musicali e palcoscenici teatrali. È questa la rivoluzione silenziosa che sta prendendo piede a Lugano, dove è partito il primo studio clinico svizzero sulla “prescrizione culturale” – un approccio terapeutico che propone attività artistiche su indicazione medica per migliorare la salute degli over 65 con patologie croniche.

L’iniziativa, promossa da IBSA Foundation, Città di Lugano e dall’Istituto di Medicina di Famiglia dell’Università della Svizzera italiana (USI) con il coinvolgimento del LAC Lugano Arte e Cultura, rappresenta molto più di un semplice esperimento: è l’alba di una nuova era della medicina, dove sanità, cultura e benessere sociale si fondono in un’unica strategia terapeutica.

Il progetto pilota prevede il reclutamento di 100 partecipanti nell’arco di 18 mesi: 80 saranno coinvolti attivamente in pittura, fotografia, musica, danza, teatro e museoterapia, mentre 20 costituiranno il gruppo di controllo. Ogni partecipante sarà seguito da un “link worker” specializzato, figura chiave mutuata dal sistema sanitario britannico, che aiuterà a scegliere l’attività più adatta alle specifiche necessità.

“La prescrizione culturale è una branca della prescrizione sociale che non è più considerata marginale, almeno nel Regno Unito e in altri paesi del Nord Europa”, spiega la Dr.ssa Silvia Misiti, Direttore di IBSA Foundation. “In Inghilterra è stata istituzionalizzata attraverso la figura del link worker ed è un servizio erogato dal Sistema Sanitario Nazionale”.

Il progetto verrà presentato anche all’interno della quinta edizione del corso di Cultura e Salute, dal titolo: “Medici e Prescrizione Sociale. Curare con sport, natura, cultura e volontariato

Promosso dalla Facoltà di scienze biomediche dell’USI con IBSA Foundation e la Divisione Cultura della Città di Lugano, il corso si terrà dal 6 ottobre al 24 novembre 2025, per 7 lunedì dalle 18.00 alle 19.45 presso l’Aula Polivalente del Campus Est dell’USI a Lugano. Gli incontri sono aperti sia a studenti e dottorandi, sia alla cittadinanza e ai medici.

Lo studio clinico non lascia nulla al caso. I parametri monitorati spaziano dalla salute mentale alla qualità della vita, attraverso questionari validati, esami clinici e tecnologie all’avanguardia come gli smartwatch per rilevare la variabilità della frequenza cardiaca e la qualità del sonno.

Il Dr. Luca Gabutti, che coordina la ricerca medica, illustra l’approccio multidisciplinare: “I pazienti saranno valutati attraverso questionari su stato socio-economico, attività quotidiane, percezione di benessere, oltre a parametri psicometrici su ansia, solitudine, stress e umore. Non mancheranno valutazioni cliniche per raccogliere dati antropometrici, pressione arteriosa e parametri di funzione cognitiva”.

Tutti i parametri saranno rilevati alla randomizzazione, a 6 mesi (per valutare il beneficio) e a un anno dall’inclusione (per analizzare la persistenza degli effetti).

Quello che può sembrare un approccio pionieristico ha in realtà solide basi scientifiche. Numerosi studi hanno già dimostrato l’efficacia dell’arte-terapia, specialmente in campo oncologico. Una meta-analisi su quasi 600 pazienti oncologici ha mostrato risultati positivi su ansia, tono dell’umore, livello di energia e qualità di vita. Un’altra ricerca più recente su quasi 1500 pazienti ha confermato chiari benefici sulla qualità di vita.

“Le linee guida SIO e ASCO raccomandano l’associazione di trattamenti di arte-terapia ai trattamenti oncologici standard in presenza di ansia e depressione”, precisa il Dr. Gabutti. “Tra questi è citata in particolare la musicoterapia”.

Ma come funziona esattamente questa “medicina artistica”? I meccanismi sono molteplici e affascinanti. La rappresentazione grafica del dolore attraverso la pittura, ad esempio, crea una “esternalizzazione del sintomo”, rendendolo più gestibile e riducendo il catastrofismo. Il rilassamento provocato dall’esperienza artistica riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, con conseguente diminuzione della percezione del dolore.

“Grazie all’arte-terapia i pazienti riescono a esprimere emozioni che faticano a verbalizzare”, spiega ancora Gabutti. “Questo accelera l’elaborazione delle emozioni negative con impatto positivo sull’ansia. I pazienti riconquistano un ruolo di attore attivo che esercita il controllo, con benefici sulla sofferenza fisica e psichica”.

L’iniziativa luganese assume particolare rilevanza nel contesto attuale, dove solitudine e isolamento sociale sono stati definiti i “silent killer” della nostra epoca. Come evidenzia il Prof. Enzo Grossi, esperto in promozione della salute e coordinatore del corso, “l’isolamento sociale e la solitudine stanno ricevendo crescente attenzione come problemi non solo sociali, ma anche medici”.

Gli studi dimostrano che la solitudine aumenta del 43% il rischio di infarto miocardico acuto, mentre una buona rete di relazioni sociali riduce significativamente il rischio cardiovascolare: del 16% negli uomini e del 22% nelle donne.

Nonostante l’entusiasmo per i risultati attesi, gli esperti mantengono un approccio prudente. “Esistono controindicazioni principalmente di natura psicosociale, cognitiva e fisica” avverte il Dr. Gabutti. “Pazienti con demenza avanzata, psicosi, depressione grave o intensa paura sociale potrebbero non trarre beneficio o vedere esacerbati i sintomi”.

Un rischio documentato è quello della dipendenza emotiva dal link worker, che può portare a un’eccessiva dipendenza dal sostegno professionale invece che verso un coinvolgimento autonomo nella comunità.

L’obiettivo finale dello studio è fornire evidenze scientifiche per l’integrazione della cultura nelle politiche sanitarie. “Se partiamo dall’approccio scientifico, il punto d’incontro fra arte, cultura e medicina deve avvenire necessariamente sui dati”, sottolinea la Dr.ssa Misiti.

Il progetto luganese rappresenta così un tassello importante verso un futuro in cui la prescrizione medica potrà includere, accanto ai tradizionali farmaci, anche un corso di pittura, una sessione di musicoterapia o un laboratorio teatrale. Un futuro in cui curare significherà non solo guarire il corpo, ma anche nutrire l’anima attraverso la bellezza e la creatività dell’arte.

La strada è ancora lunga, ma il primo passo è stato compiuto. E se i risultati confermeranno le aspettative, Lugano avrà dimostrato al mondo che l’arte non è solo cultura, ma può essere anche medicina.