Cancro ai polmoni senza fumo: in Europa un caso su cinque

Non hanno mai acceso una sigaretta, eppure si ammalano di cancro ai polmoni. In Europa come nel resto del mondo, tra il 15 e il 20% delle diagnosi di tumore polmonare riguarda persone che hanno fumato meno di cento sigarette nell’arco della vita. Un fenomeno in crescita assoluta che sfida il paradigma consolidato secondo cui questa malattia sarebbe quasi esclusivamente legata al tabacco.

In Italia, dove complessivamente l’incidenza di cancro polmonare sta diminuendo in parallelo al calo dei fumatori, la proporzione di non fumatori tra i nuovi casi è in aumento. Ma c’è di più, circa un terzo dei pazienti non fumatori scopre il tumore incidentalmente, durante esami eseguiti per altri motivi, perché nessuno pensa di cercare un cancro polmonare in chi non ha mai fumato.

La distribuzione per sesso mostra una netta prevalenza femminile, con tassi di incidenza annuale che negli studi europei oscillano tra 14 e 21 casi ogni centomila donne, contro 5-13 casi negli uomini. L’età mediana alla diagnosi è di 67 anni, leggermente inferiore rispetto ai fumatori, e nel 60-80% dei casi si tratta di adenocarcinomi.

I fattori di rischio includono l’esposizione al radon domestico, che in Italia riguarda particolarmente alcune aree di Lazio, Lombardia, Campania e Friuli-Venezia Giulia con concentrazioni elevate nelle abitazioni. L’inquinamento atmosferico da particolato fine, diffuso nella Pianura Padana e nei grandi centri urbani, è responsabile di circa duecentomila adenocarcinomi polmonari all’anno in Europa. Uno studio multicentrico ha dimostrato che ogni incremento di un microgrammo per metro cubo di polveri sottili aumenta l’incidenza di un particolare tipo di tumori, quelli con mutazioni EGFR (circa il 10% dei casi di carcinoma polmonare non a piccole cellule). Altri fattori comprendono l’esposizione passiva al fumo, l’amianto, pregresse radioterapie toraciche e la familiarità: chi ha un parente di primo grado con cancro polmonare presenta un rischio aumentato del 51%.

In Europa la diagnosi arriva spesso tardiva. Uno studio spagnolo ha documentato che il 62,9% dei non fumatori riceve una diagnosi in stadio terzo o quarto, quando la malattia è localmente avanzata o metastatica. Eppure la prognosi, soprattutto in presenza di alterazioni genetiche trattabili, può essere sorprendentemente buona.

Il problema dello stigma sociale colpisce duramente anche in Italia. Molti pazienti non fumatori riferiscono di sentirsi giudicati, come se avessero una responsabilità nella malattia, o di non essere presi sul serio dai medici quando riferiscono sintomi respiratori. Campagne di sensibilizzazione come “All You Need Is Lungs” nel Regno Unito sottolineano che per ammalarsi di cancro polmonare basta avere i polmoni, non serve fumare. Associazioni di pazienti europee offrono supporto psicologico e informazioni, molte focalizzate su specifici sottotipi molecolari.

Le prospettive future in Europa riguardano innanzitutto l’identificazione di strategie di screening mirate per popolazioni ad alto rischio di non fumatori: donne, persone con familiarità, residenti in aree ad alta concentrazione di radon o inquinamento. Studi in corso stanno valutando test ematici per la rilevazione precoce basati su biomarcatori o DNA tumorale circolante, approcci meno invasivi della tomografia computerizzata. Resta però un ostacolo metodologico: molti registri tumori europei, compreso quello italiano, non raccolgono sistematicamente dati sullo stato di fumatore, rendendo difficile quantificare con precisione l’epidemiologia e gli esiti di questa popolazione.

Quel che emerge con chiarezza è che il cancro polmonare nei non fumatori non è un’entità marginale ma una malattia con caratteristiche biologiche distintive, che richiede un approccio diagnostico e terapeutico specifico. In Europa serve maggiore consapevolezza tra medici e popolazione: i polmoni possono ammalarsi anche senza tabacco, e sintomi respiratori persistenti meritano sempre un approfondimento, indipendentemente dalla storia di fumo. Con le terapie mirate oggi disponibili, una diagnosi tempestiva può significare sopravvivenze che superano i cinque anni anche nelle forme avanzate.