Tumori pediatrici: l’Europa guida la ripresa globale, ma il divario con i paesi poveri resta drammatico

Trent’anni di dati, 613.000 cartelle cliniche, 307 registri tumori in 68 paesi: è su questa base monumentale che il gruppo di ricerca guidato da Claudia Allemani – epidemiologa italiana di punta alla London School of Hygiene & Tropical Medicine – ha costruito il Cancer Survival Index (CSI), il primo indice sintetico capace di misurare e confrontare nel tempo i progressi nella sopravvivenza ai tumori pediatrici su scala mondiale. I risultati sono pubblicati su The Lancet del 4 aprile 2026.

Cosa dice l’indice

Il CSI calcola la sopravvivenza netta a 5 anni per tutti i tumori infantili combinati, pesata per età, sesso e tipo di tumore. Il quadro che emerge è netto: per i bambini diagnosticati tra il 2015 e il 2019, nei paesi ad alto reddito il CSI supera l’80%. Nei paesi a reddito medio-alto oscilla tra il 60% e l’80%. Nei paesi a basso e medio reddito (LMIC) si attesta ancora tra il 30% e il 60%. L’indice è inoltre direttamente correlato al PIL pro capite: più un paese è ricco, più i suoi bambini malati di cancro hanno chance di sopravvivere.

Il punto di forza europeo – e italiano

L’Europa, e in particolare i paesi dell’Europa occidentale come l’Italia, si collocano stabilmente nel gruppo di testa. Diversi elementi strutturali spiegano questo primato:

  • Registri tumori capillari e affidabili: l’Italia dispone di una rete consolidata di registri tumori popolazione-based, che alimentano da decenni il programma CONCORD. Senza questi dati il nuovo indice non esisterebbe. Non a caso la ricercatrice che ha coordinato lo studio è italiana.
  • Accesso universale alle cure: il Servizio Sanitario Nazionale garantisce ai bambini malati di cancro l’accesso a trattamenti specialistici indipendentemente dal reddito familiare, a differenza di contesti in cui le famiglie devono sostenere spese catastrofiche.
  • Centri di riferimento specializzati: l’Italia, come altri paesi europei ad alto reddito, ha sviluppato una rete di centri oncologici pediatrici con expertise consolidata, protocolli standardizzati e partecipazione ai trial clinici internazionali.
  • Trend in miglioramento continuo: dal 1990 a oggi la sopravvivenza è cresciuta in modo costante, e per i tumori traccianti dell’OMS molti paesi europei hanno già superato il target del 60% fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2030 – un traguardo che l’editoriale suggerisce di rivedere al rialzo proprio perché ormai insufficientemente ambizioso per i contesti ad alto reddito.

I punti deboli e le sfide aperte

Tuttavia il quadro non è privo di criticità, nemmeno per i sistemi sanitari più avanzati:

  • Il confronto con gli USA: i dati americani mostrano una sopravvivenza pediatrica che ha raggiunto l’87% nel periodo 2015–21, con una riduzione della mortalità del 57% tra il 1970 e il 2000 e di un ulteriore 19% fino al 2023. Pur con sistemi molto diversi, il benchmark americano ricorda che margini di miglioramento esistono anche in Europa.
  • Assenza di dati sulla stadiazione: l’editoriale segnala che le analisi attuali non incorporano informazioni sullo stadio della malattia alla diagnosi. Questa lacuna limita la capacità di interpretare le differenze di sopravvivenza e di disegnare interventi mirati.
  • Diseguaglianze intra-europee: l’editoriale non lo dice esplicitamente, ma il range tra paesi a reddito medio-alto (60–80%) lascia intuire che alcuni paesi dell’Europa orientale e meridionale possano collocarsi ben al di sotto della media dei paesi ad alto reddito, segnalando disomogeneità anche all’interno del continente.

Il problema irrisolto: i paesi poveri

Il vero nervo scoperto dello studio riguarda i paesi a basso reddito, quasi assenti dal dataset per mancanza di registri adeguati. La Lancet Oncology Commission stima che tra il 2020 e il 2050 circa 6,1 milioni di bambini con cancro rimarranno non diagnosticati a livello mondiale nelle condizioni attuali. Nei paesi a basso reddito la sopravvivenza a 5 anni per leucemia linfatica e linfoma di Burkitt rimane sotto il 30%. Fragilità dei sistemi sanitari, carenza di oncologi pediatrici, instabilità economica e crisi umanitarie si sommano in un circolo vizioso che nessun indice sintetico, da solo, può spezzare.

La proposta: un metro comune per guidare gli investimenti

Il valore operativo del CSI sta nella sua semplicità: un numero solo, confrontabile nel tempo e tra paesi, capace di orientare decisioni di policy e allocazione delle risorse. L’editoriale – firmato da Tezer Kutluk, oncologo pediatrico turco tra i più autorevoli a livello internazionale – propone che questo indice, applicato a tutti i tumori infantili e non solo ai sei “tumori traccianti” dell’OMS, diventi lo strumento standard per monitorare i progressi globali. Investire nei registri tumori dei paesi poveri, integrare la cura oncologica pediatrica nella copertura sanitaria universale, standardizzare i protocolli terapeutici: sono queste le leve indicate sia dalla Commissione Lancet Oncology sia dal framework CureAll dell’OMS.

Per l’Italia e l’Europa, il messaggio è duplice: celebrare i progressi compiuti, ma soprattutto mettere la propria expertise – scientifica, registrativa e clinica – al servizio dei sistemi che partono da zero.

Fonte: Kutluk T. “Monitoring progress in global childhood cancer survival”. The Lancet, Vol 407, 4 aprile 2026. Basato sull’analisi CONCORD-4 di Allemani C. et al., pubblicata online il 26 marzo 2026.