La Sanità ai tempi del covid

Roberto Speranza, ministro della Salute; Pier Paolo Sileri, vice ministro della Salute; Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe.

Non vi è riforma della sanità pubblica che possa prescindere dal Recovery Fund. Stiamo parlando dei 207 miliardi destinati all’Italia che rientrano nel programma di finanziamento che la Comunità Europea chiama New Generation EU, giusto per sottolineare che si tratta di un prestito nelle disponibilità delle generazioni future, quindi da non sprecare, visto che, comunque andranno le cose, toccherà ai cittadini europei di passaporto italiano di domani onorare il debito.

Il concetto è stato ribadito nel corso del 9° Healthcare System Summit, il webinar organizzato venerdì 4 dicembre dal «Sole 24 Ore», durante il quale, nell’indicare le emergenze per le quali è bene che s’intervenga presto, n’è emersa una in particolare che non poteva non attirare l’attenzione di «Prevenzione tumori». Si tratta del bisogno urgente di ripristinare la normalità per la cura delle malattie croniche, a cominciare da quelle cardiovascolari e oncologiche, per le quali l’attuale situazione di stallo sta mettendo a serio rischio la vita a migliaia di pazienti cosiddetti non-covid. Oltre a fare proclami invitando chi di competenza a fare presto per appiattire la curva dei contagi da covid, alleggerendo così la pressione negli ospedali, molti medici si sono espressi in difesa di altre patologie. Cardiologi e oncologi che lamentano che i loro ospedali sono diventate terra di conquista. «Il tentativo in atto di occupare quante più cardiologie possibili per farne reparti covid rischia di aprire scenari non meno pericolosi di quelli ai quali si sta cercando di porre rimedio». Così Federico Nardi in un intervista apparsa alla stampa. Nardi è cardiologo all’ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato e presidente ANMCO (Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri) del comprensorio Piemonte-Valle d’Aosta. Lo stessa cosa vale per le chirurgie, sia di Medicina generale sia di Oncologia, sparse in tutto il Paese, impraticabili per la routine operatoria da quando i posti letto delle annesse terapie intensive sono diventati covid.

Fra le idee di futuro per il Sistema Sanitario Nazionale, il ministro della Salute Roberto Speranza ha ricordato che le malattie croniche avranno bisogno di una medicina territoriale di ben altra portata rispetto all’attuale. Allo stesso modo, agli ospedali serviranno nuovi medici con laurea specialistica e infermieri di formazione avanzata. Sempre al Summit del «Sole 24 ore», Speranza ha ricordato che la pandemia ha posto sotto agli occhi di tutti un’altra grave mancanza. La carenza fin qui dimostrata dai servizi di supporto alla medicina di base nella cura del paziente a domicilio. Quanti pazienti a domicilio lo specialista e il medico di base si sono trovati a dover curare in emergenza ricorrendo ai servizi della telemedicina? E meno male che l’emergenza qualcosa sta insegnando, a detta dei diretti interessati che chiedono più supporto telematico per la diagnostica di base. Del resto, tutti gli osservatori sono concordi nell’affermare che il Paese ha bisogno di una digitalizzazione più estesa e più al passo coi tempi. Anche la tecnologia ospedaliera merita un deciso riassetto, se l’80% dei macchinari nei reparti è vecchio di almeno 10 anni, legato a una tecnologia obsoleta, cosa che ha ricordato Massimiliano Bogetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici. Prima però di mettere mano al portafoglio è bene definire che tipo di riforma del SSN si ha in mente. Meglio partire con un progetto. «Veniamo da dieci anni di anoressia, una cura dimagrante che ci è costata 10 miliardi – è la metafora che Nino Cartabellotta, Fondazione GIMBE, fa propria per riferirsi ai tagli alla sanità del passato – e ora rischiamo una situazione di bulimia, ragione per cui prima di finalizzare al meglio gli investimenti, dobbiamo decidere che cosa vogliamo. Mi auguro di trovare tutti d’accordo sul fatto che le tutele pubbliche del nostro SSN vadano salvaguardate e rinforzate». Certo che sì! L’emergenza covid una cosa l’ha sta insegnando. Non c’è salute di ognuno che possa prescindere da quella di tutti. «Progetto, riforme e programmazione. Fatte le riforme, verrà il tempo della programmazione – ricorda Cartabellotta – Se invertiamo il processo, c’è il rischio che gli investimenti siano catalizzati da interessi privati. Il che ci porterebbe a un costosissimo lifting ma poco efficace per le sfide di domani». Siamo un Paese invecchiato, è vero, ma l’ultima cosa di cui questo vecchietto ha bisogno è un nuovo lifting.

E Il MES? Il Meccanismo Europeo di Stabilità è un prestito di 37 miliardi che il nostro Paese potrebbe sottoscrivere subito e spendere senza condizionalità, a patto di non distogliere neppure un centesimo dalla spesa sanitaria, per non incorrere in sanzioni. Il buono di questo prestito è che viene erogato a tassi vantaggiosi tanto quanto il Recovery Fund. Su di esso grava la pregiudiziale dei Cinque Stelle nella maggioranza di Governo, che non lo vogliono agitando lo spauracchio di clausole capestro. Le stesse che in passato sono costate lacrime a sangue ai Paesi sottoscrittori. E citano l’esempio della Grecia. Atene nel 2008 si trovò la Troika in casa a dettare i tagli alla spesa pubblica come piano di rientro per i passivi di bilancio e per i debiti contratti, fra i quali il MES. Di questo prestito al Summit se n’è parlato ma solo per punzecchiare il vice ministro alla Salute Pier Paolo Sileri, esponente dei Cinque Stelle. Perché il Movimento fondato da Beppe Grillo ancora non lo vuole, visto che tutti gli analisti concordano di prenderlo? La risposta arriva in puro stile politichese. Il MES oggi no, ma fra qualche anno potrebbe riservarci delle soprese. Sileri allude al cavillo o, meglio, al “battito di farfalla” in grado di scatenare danni imprevedibili. Tuttavia, se parlasse da cittadino e chirurgo, lo prenderebbe. In ogni caso, a prima di Natale di il Governo sarà chiamato a una verifica di maggioranza proprio sul MES. Staremo a vedere.