L’erbicida che uccide

Ciclicamente si ha notizia di inchieste giornalistiche sul glifosato. Il glifosato è il re dei diserbanti. È il più utilizzato nelle coltivazioni intensive dalle quali si ricava la maggior parte degli alimenti in vendita nei supermercati. Per lo IARC, dal 2015 il glifosato è una sostanza potenzialmente cancerogena, mentre per l’EFSA lo è diventato solo a certe dosi, che di regola sono ben lontane dalle dosi riscontrabili nei prodotti lavorati. Di questi prodotti, il più comune, almeno in Italia, è la pasta. Divergenze di vedute? Forse, ma soprattutto di approccio al problema. Lo IARC (International Agency for Research on Cancer) è un organismo internazionale che fa capo all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Lo IARC classifica le sostanze cancerogene in ordine alla loro pericolosità, l’EFSA (European Food Safety Autority) analizza ciò che si riscontra nei cibi, sostanze cancerogene comprese, stabilendo che cosa è innocuo e che cosa non lo è per la salute in base al consumo. Ad animare la dialettica fra questi due enti regolatori, s’insinuano spesso gli istituti di ricerca indipendente. Una voce in capitolo sul glifosato se l’è ritagliata di diritto l’istituto Ramazzini di Bologna. Fondato negli anni Settanta da Cesare Maltoni, il decano degli studiosi sui danni cancerogeni in ambito professionale, oggi il Ramazzini è guidato da una donna, la dottoressa Fiorella Belpoggi, ed è impegnato nell’analisi dei prodotti della dieta dei paesi industrializzati, alla ricerca degli agenti chimici e fisici correlati a patologie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer, e di quelli che interferiscono con gli assetti ormonali e che producono il cancro.  Il Ramazzini è autore di una ricerca in cui dimostra che il glifosato fa stare un po’ meno al sicuro di quanto l’EFSA sostiene. In uno studio recente ha preso in considerazione la presenza del diserbante a dosi minime. Secondo la dottoressa Belpoggi, anche a dosi bassissime, l’erbicida è responsabile della frammentazione del DNA come effetto geno-tossico, che causa effetti straordinariamente forti sull’equilibrio ormonale. «Dire che oggi esistono dosi di glifosato senza rischio è una mistificazione», è la conclusione che la Belpoggi ha affidato al cronista della trasmissione di «Report» andata in onda nel 2017. In quella puntata il conduttore Sigfrido Ranucci concludeva dicendo che dei sei marchi di pasta che avevano fatto analizzare, tutti contenevano glifosato ma ampiamente sotto i limiti di legge, che in Italia sono fissati a 10mg/kg per ciò che riguarda i lavorati del grano. Scoprivamo così che Barilla conteneva 0,3 mg/kg, Garofalo 0,28, Livella 0,24, Rummo 0,13, La Molisana 0,086, De Cecco 0,082. Stante i limiti connessi alla cancerosità, l’ineccepibile valutazione di «Report» era che un uomo di media corporatura dovrebbe mangiare ogni giorno dai 100 ai 600 kg di pasta per intossicarsi. Da qui l’innocuità del prodotto. Chiuso questo scenario, restava aperto quello inaugurato dal Ramazzini sulla pericolosità dell’erbicida alle piccole dosi.

L’ultima a tornare sul tema del glifosato è stata la rivista «Il Salvagente», nel numero in distribuzione alla fine del mese di novembre 2020 in cui si dà conto di una nuova inchiesta sulla pasta.

Cosa fa di diverso «Il Salvagente» rispetto a «Report»? Allarga l’indagine a 20 marchi, esaminando anche prodotti di discount e, all’opposto, di catene specializzate. Risultato, la presenza dell’erbicida si trova in 7 marchi, quantunque sempre a dosi minimali (Esselunga, Livella, LDL, Rummo, Eurospin, Garofalo, Agnesi).

Come già «Report», anche per «Il Salvagente» l’inchiesta sulla pasta in Italia non è stata una scelta casuale. Oltre a essere un Paese di forti consumatori del prodotto, l’Italia è il primo a livello mondiale per la trasformazione del grano duro in pasta. Per tenere testa a questo primato, l’Italia importa qualcosa come 2,3 milioni di tonnellate di queste derrate dall’estero, la metà dei quali (circa 1,1 ml.) dal Canada. Il Canada è il maggior produttore mondiale di grano. Il Canada fa un uso massiccio di glifosato. Certamente un uso più disinvolto rispetto agli standard europei. Del resto, il territorio in cui in Canada si coltivano cereali mais e soia ha una lunghezza pari a quella dell’Italia. 1500 km di pianura che si perde a vista d’occhio. 1500 km di distese ordinate di mais, grano e soia grazie al glifosato e ad ogni altro tipo di prodotto e di macchinario diventati indispensabili nell’agricoltura industrializzata. Si tratta delle cosiddette monocolture, che fra i difetti collaterali annoverano quello di impoverire il terreno perché saltano a piè pari tutte le fasi legate alle rotazioni dei raccolti, che invece rendono il suolo più ricco di fertilizzanti naturali.

A quanto scopriamo in base all’inchiesta del «Salvagente», il glifosato in Canada viene utilizzato per lo più per favorire l’essicazione del prodotto in campo, anticipando quello che “in natura” si aspetta che faccia il sole a tempo debito, nell’arco delle stagioni.

Volendo cambiare qualcosa, sembra indispensabile un ripensamento del tipo di approccio. Secondo Coldiretti si può ma a dettare le regole deve essere l’agenda politica. In attesa che qualcosa cambi, è dato conoscere i 13 marchi di pasta risultati glifosato free? Per scoprirlo vi invitiamo ad acquistare il numero di novembre del «Salvagente», la rivista impegnata da anni a tutela dei consumatori. Sarebbe un bel gesto a favore della stampa indipendente. Anche perché quella mainstream di queste cose parla poco e solo in trasmissioni di nicchia, come appunto «Report». Il motivo? L’industria alimentare è tra i maggior inserzionisti degli spazi pubblicitari sulla stampa e sulle tivù che vanno per la maggiore. Critiche nel merito per loro politiche agroalimentari le indurrebbero a comprare meno spazi pubblicitari.