
Che i cibi diano dipendenza proprio come le sigarette se ne aveva un chiaro sentore. O meglio, una quasi certezza, stando all’enorme mole di indicazioni che in questo senso la scienza ha raccolto e che si possono riscontrare con la semplice osservazione delle abitudini dei consumatori. Basta entrare in un fast-food per rendersene conto. Oppure in un supermercato e buttare l’occhio ai carelli colmi di cibo in coda alle casse.
Più nel dettaglio, si tratta della capacità che gli alimenti altamente trasformati hanno di fornire rapidamente alte dosi di carboidrati raffinati e/o di grassi saturi. Sono queste le sostanze che contengono il maggior potenziale di dipendenza. Ed è questa la conclusione alla quale sono pervenuti dei ricercatori anglo-americani in base ai dati che hanno raccolto con un primo audit clinico condotto su larga scala.
La dipendenza da cibo spiega molto bene ciò che emerge nella pratica clinica. I pazienti sono in grado di capire perfettamente che una dieta a basso contenuto di carboidrati e grassi saturi rappresenta un punto di svolta nei fattori che li portano ad avere problemi di salute, ma una parte non marginale di loro, appena fuori dal radar del medico, tende a ricadere nelle abitudini dannose. È questo che i ricercatori hanno registrato nell’ambito della loro indagine. Stando ai dati che hanno esaminato, il 20% dei pazienti è risultato dipendente da cibo, facile alle ricadute nonostante i migliori propositi. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, va altresì ricordato che, il restante numero di soggetti ce l’ha fatta. Grazie a un programma online di 3 mesi che proponeva una dieta a basso contenuto di grassi e carboidrati, accompagnato da un supporto psicoeducativo, i sintomi della dipendenza da cibo si sono ridotti drasticamente nell’80% degli intervistati.
In base a quanto emerso, i ricercatori anglo-americani che hanno preso parte a questo studio hanno affermato che il contributo alle morti prevenibili da una dieta dominata da cibi altamente trasformati è paragonabile a quello dei prodotti del tabacco. Per questo motivo cercano il riconoscimento clinico della “dipendenza da cibo” e sono impegnati nella definizione di un protocollo più formalizzato per gestire questa sindrome.