Più goals per la ricerca

Se oltre la metà delle donne (51%) cui è stato diagnosticato un tumore guariscono, tra gli uomini questa probabilità e più bassa (39%). Gli uomini si ammalano di più di tumori dall’esito infausto e uno dei più inquietanti di questi, a causa della severità della prognosi, è il tumore del pancreas. Nella classifica maschile che stima la probabilità di guarigione, il tumore del pancreas è il fanalino di coda. O, se più vi piace, il tumore del pancreas è, in percentuale, il primo fra i tumori maschili in Italia per mortalità, con solo il 4% di probabilità di guarigione. Il dato è rintracciabile nel rapporto dei Numeri del cancro in Italia 2022  e si evince da una proiezione che somma i risultati ottenuti per tutte le classi di età dei pazienti ai quali la malattia è stata riscontrata negli ultimi 22 anni.
Sono considerate condizioni di rischio per il tumore del pancreas la pancreatite cronica, il diabete mellito e la pregressa gastrectomia. Una storia familiare viene rilevata fino al 10% dei pazienti e in alcuni casi rientra nel contesto di sindromi che s’inquadrano tra le malattie rare.
Di recente s’è parlato di questa neoplasia in relazione a un fatto di cronaca avvenuto a inizio dell’anno nuovo. Il 6 gennaio i media internazionali hanno dato ampio spazio alla notizia della morte del calciatore italiano Gianluca Vialli. Non era un mistero per nessuno che Vialli, nato a Cremona nel 1964 e spentosi a Londra all’età di 58 anni, fosse ammalato di tumore del pancreas. «Voglio ispirare le persone. Voglio che qualcuno mi guardi e dica: “Grazie a te, non ho mollato”», scrive Vialli sul frontespizio della sua autobiografia, “Goals” (Mondadori, Milano 2019). Diciamo che fin dalla lucidità di questa frase, s’intuisce che Vialli fosse del tutto consapevole di quanto fosse arduo combattere contro un tumore dalla prognosi così infausta come l’adenocarcinoma pancratico che gli era stato diagnosticato da qualche anno.
Si tratta di una patologia che colpisce circa 14 mila pazienti l’anno. Nel 2022, sono state stimate circa 14.500 nuove diagnosi (uomini = 6.600; donne = 7.900). È la stessa malattia di cui è morto il cantante lirico Luciano Pavarotti e Steve Jobs, il fondatore di Apple. La quarta causa di morte nelle donne e la sesta negli uomini, il tumore del pancreas ha una sopravvivenza a 5 anni soltanto dell’8%, ma poco più del 3% riesce superare i 10 anni dalla diagnosi.
È uno dei pochi tumori in aumento per incidenza e mortalità in tutte le fasce d’età. È generalmente più diffuso nella popolazione di età compresa tra i 60 e gli 80 anni. Nelle donne post 75 anni il tumore del pancreas rientra tra i cinque tumori più frequenti.
La prima complicazione è che la diagnosi molto spesso è tardiva. Cosa che succede perché il tumore del pancreas, tra cui l’adenocarcinoma, ovvero la forma di gran lunga più comune, non dà sintomi specifici che possano fare scattare la presa in carico per tempo del paziente, prima cioè che il tumore abbia già preso l’abbrivio della fase avanzata e abbia generato metastasi.
La diagnosi è tardiva anche perché non esistono metodi di indagine precoce, alla stregua della mammografia per il cancro al seno nelle donne o per il test del PSA per il tumore della prostata negli uomini o la ricerca del sangue occulto nelle feci per i tumori colorettali in entrambi i sessi. L’adenocarcinoma pancratico è una malattia di lunga incubazione asintomatica, tant’è che solamente il 5-7% dei casi viene riscontrato in fase iniziale.
Il fumo di sigaretta è il fattore di rischio che compare più di frequente al momento della diagnosi di un carcinoma pancreatico. Altri fattori di rischio sono l’obesità, la ridotta attività fisica, l’elevato consumo di alcol e di grassi saturi e la scarsa nutrizione di verdure e frutta fresca.
Nei pazienti sottoposti a chirurgia la chemioterapia adiuvante migliora la sopravvivenza globale rispetto alla sola chirurgia. L’efficacia della radio-chemioterapia post-operatoria appare limitata ai pazienti sottoposti a chirurgia non radicale. Nella malattia metastatica è indicata la chemioterapia a scopo palliativo. Nel prossimo futuro, stando agli studi più recenti, se l’efficacia delle terapie mirate troveranno conferme adeguate, le cure si baseranno sempre di più sull’impiego dei cosiddetti farmaci a bersaglio, studiati per essere efficaci soltanto sulle cellule tumorali e risparmiare quelle sane.