Terapia monoclonale per la cura dei tumori

Sul sito dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), si può trovare la versione in italiano dell’editoriale in inglese apparso sul «The New England Medical Journal» nel marzo del 2022, in cui si dava atto dei sostanziosi progressi di un farmaco dal nome al solito impronunciabile (Trastuzumab Deruxtecan). Si fa riferimento a uno studio presentato nel 2021 (DESTINY-Breast03), che ha arruolato oltre 500 pazienti per testare la risposta di un anticorpo monoclonale ponendola a confronto con quella su cui si basava, fino ad allora, la terapia gold standard (Trastuzumab Emtansine) per la cura dei tumori della mammella positivi alla molecola HER2. Stiamo parlando del 20% di tutti i tumori mammari che hanno la comune caratteristica di sviluppare metastasi e di essere, pertanto, tra i più insidiosi.
Grazie a Trastuzumab Deruxtecan, l’80% delle pazienti arruolate e trattate con il farmaco sperimentale ha avuto una significativa diminuzione del volume tumorale rispetto al 34% del gruppo di controllo. Di questo 80%, le pazienti risultavano prive di metastasi a 25 mesi (mentre quelle del gruppo di controllo, solo fino a 7 mesi), cosa che, in termini percentuali, significa che vi è stato un incremento dell’efficacia del farmaco sperimentale stimata al 350% circa. Ultimo ma non per importanza, il 16% delle pazienti ha avuto una risposta di guarigione completa. Il che significa che le lesioni cancerose sono scomparse e le pazienti da considerarsi letteralmente guarite.
Tra i firmatari di questo articolo figura l’oncologo dell’IEO Giuseppe Curigliano che la sera del 26 marzo del 2023, quindi esattamente un anno dopo la pubblicazione dei suddetto editoriale, ha preso parte, insieme al virologo del San Raffaele, Roberto Burioni, alla trasmissione “Che tempo che fa”. Entrambi i medici erano in tivù per testimoniare di un nuovo progresso di questo farmaco finalizzato a distruggere tutte le cellule tumorali che esprimono il gene HER2. L’occasione è offerta da un caso clinico che sta facendo il giro del web. Quello di un paziente in cura per un tumore alla cistifellea con metastasi cerebrali. Premesso che negli Usa, dove s’è verificato il caso clinico, l’anticorpo monoclonale efficace contro il gene HER2 è in terapia, oltre che per il tumore mammario come in Italia, anche per quelli gastrici. Ebbene dopo una sola seduta del farmaco in oggetto, grazie alle risonanze eseguite sul cervello prima e dopo il singolo trattamento, si evince, nella risonanza del dopo, la totale scomparsa delle metastasi cerebrali presenti in quella del prima, metastasi che erano parecchie e sparse come pallide macchie lattiginose in campo nero nel cervello sezionato di questo paziente.
Per quali altri tumori potrebbe essere efficace questo farmaco? Curigliano in tivù ricorda che il farmaco è stato testato in diversi altri tumori che presentano l’HRE2 e «sappiamo preliminarmente che i risultati di questi studi sono positivi». Gli altri tumori che esprimono il bersaglio sono quelli del colon, cistifellea, polmone, cervice uterina e alcuni tumori ovarici. Pertanto, «si attendono studi convincenti per estendere il trattamento oltre il tumore mammario».
In futuro questa tecnologia anticorpale a bersaglio diretto potrebbe essere costruita anche per altre molecole, differenti da quella espressa con HER2. «Quando questi anticorpi interagiscono con HER2, entrano nella cellula tumorale trascinandosi la carica farmacologica di cui sono potenziati. «Agiscono come un cavallo di Troia – chiosa il professor Burioni – una volta dentro le mura della cellula cancerosa possono liberare “i soldati”, ovvero le molecole di chemio». In altre parole, è quasi come «fare la chemio senza fare la chemio», cioè si possono ottenere i medesimi benefici di una moderna, potente chemioterapia, riducendo però gli effetti collaterali di questi trattamenti solitamente invasivi e debilitanti.
In un thread su Twitter l’italiano Maurizio Scaltriti, citato in trasmissione per esser uno dei ricercatori ai quali si deve la scoperta di questo anticorpo monoclonale, ricorda che grazie alla medicina di precisione per il prossimo futuro possiamo aspettarci la messa a punto di test che potrebbero trovare tracce di DNA tumorale nel sangue di individui “sani”, dando loro la possibilità di una prima diagnosi ultra-precoce. «E ci sono test che invece potrebbero misurare la quantità di tumore residuo in pazienti che già l’hanno avuto», permettendo di seguirne le eventuali orme a distanza di tempo.