Un farmaco che non diresti, la vitamina D

Dosi supplementari di vitamina D riducono la comparsa di metastasi e ritardano la mortalità oncologica nelle forme più gravi. È questa la conclusione di un ampio studio randomizzato in doppio-cieco, condotto negli USA su migliaia di soggetti senza nessuna malattia oncologica pregressa. Il lavoro scientifico è apparso a novembre 2020 sulla rivista «Jama Network Open» in versione integrale e senza vincoli di download, a dimostrazione del grande interesse che le conclusioni potrebbero avere sull’opinione pubblica di questi tempi in cui sono in corso numerosi studi sulle correlazioni fra la severità dei sintomi del Covid e i livelli di vitamina D nel sangue.

La vitamina D fa parte del nostro corredo molecolare. Ne facciano scorta quotidianamente attraverso i raggi solari. Bastano 15 minuti al giorno di esposizione ai raggi UV per la dose standard sintetizzabile attraverso la pelle. Il resto del fabbisogno lo assumiamo grazie all’alimentazione. Fonti alimentari ricche di vitamina D sono rintracciabili nei pesci ad alto contenuto di Omega-3 come il salmone, il tonno o lo sgombro. Oppure in cibi ad alto tasso energetico come il tuorlo d’uovo, la crusca e l’olio di fegato di merluzzo. La vitamina D scarseggia di regola negli anziani e in altri soggetti fragili, nei quali la capacità di fotosintesi cutanea è ridotta. Il pensiero corre a tutte le persone che, come certi malati cronici, vivono a lungo senza la possibilità di esporsi all’aria aperta. Da questo punto di vista, le persone con la pelle scura vanno in carenza di vitamina D più velocemente quando l’esposizione ai raggi UV è loro negata. Il motivo? Hanno un’epidermide che ha un bisogno più marcato di esposizione alla luce rispetto a chi la pelle ce l’ha più bianca. Altri soggetti fragili sono rintracciabili nelle donne in gravidanza o in fase di allattamento, negli obesi e in tutte le persone che soffrono di patologie dell’epidermide come la vitiligine, la psoriasi, la dermatite atopica o che abbiano subito ustioni. In caso di carenza, non vi è una sintomatologia manifesta. Che i valori di vitamina D siano bassi lo si evince attraverso gli esami ematici.

Per non incorrere, all’opposto, in eccessi di vitamina D che possono causare intossicazione, il consiglio è di rivolgersi a degli esperti di endocrinologia per il dosaggio e la posologia degli integratori da assumere. Di norma, l’assunzione di questi prodotti avviene a cadenza giornaliera e a distanza di tre-quattro mesi si vedono i primi risultati in base a quanto emerge da un successivo esame del sangue.

Ritornando ai soggetti arruolati nello studio americano, s’è visto che fra coloro che sono stati trattati con dei supplementi di vitamina D, i risultati più evidenti di riduzione del rischio oncologico si sono manifestati soltanto fra i normopeso e non fra gli obesi. Dei 25871 mila fra uomini e donne che hanno preso parte allo studio, nessuno presentava malattia oncologica pregressa. Dopo averli divisi in due gruppi, il primo dei quali è stato trattato con degli integratori di vitamina D e di Omega-3, il secondo con dei placebo, è emerso che, a distanza di 5,3 anni (a tanto è stato prolungata il tempo medio di osservazione su questi soggetti) l’incidenza della malattia oncologica si è aggravata, con metastasi e mortalità maggiori solo fra i soggetti ai quali è toccata in sorte l’assunzione del placebo.

Quantunque la comunità scientifica non parli ancora di solide evidenze sul ruolo protettivo della vitamina D al punto da raccomandare l’assunzione di dosi supplementari a scopo medicale, possiamo dire che questo studio sta portando un contributo importante in vista di un cambio di prospettiva. A detta degli autori dello studio VITAL, tale è il nome di questa indagine epidemiologia e clinica sugli effetti della vitamina D nei malati di tumore, non vi sono state differenze significative circa la distribuzione della malattia fra i due gruppi, comparsa in 1617 pazienti sui 25871 complessivi nei periodo considerato, uomini ≥ di 50 anni e donne ≥ di 55 al momento dell’arruolamento. Dei 12927 ai quali è stato assegnato il supplemento di vitamina D, solo 226 si sono aggravati. Di questi, solo l’1,5% fino alla comparsa di metastasi e di esito fatale. Invece, dei 274 oncologici dei 12944 complessivi a quali è toccato il placebo, metastasi e mortalità hanno interessato il 17% del campione. I risultati migliori in termini di preservazione dalla malattia si sono registrati unicamente fra coloro (38%) che avevano un BMI nella norma (<25) e non fra i sovrappeso (BMI 25<30) né fra gli obesi (˃30). L’ennesima dimostrazione che l’eccesso ponderale non va bene. Infatti, non solo diventa un fattore che predispone, a tacer d’altro, alla malattia oncologica, ma anche che, in caso di aggravamento, si accompagna alla peggior prognosi.

Detto questo, qual è stata la conclusione alla quale gli autori di Vital sono pervenuti alla fine della loro indagine? Che anche laddove gli effetti dei supplementi di vitamina D dimostrano un’efficacia modesta nel frenare l’aggravamento della malattia oncologica, si tratta ad ogni buon conto di farmaci meno tossici di tanti altri e di sicuro, rispetto allo standard, molto meno onerosi come spesa sanitaria.