Prevenzione e diagnosi precoce nel tumore della prostata

Secondo le nuove linee guida europee per la diagnosi e il trattamento del cancro della prostata (ESMO 2021) , il controllo tempestivo del PSA è in grado di ridurre del 25% la mortalità nei soggetti a rischio. Lo screening del PSA è il primo test che si esegue per la diagnosi precoce. Ricavato da un semplice esame del sangue, il test del PSA è raccomandato in tutti gli uomini d’età compresa fra i 55 e i 69 anni. Fra i 45-50 enni, quando si tratta di soggetti che abbiano familiarità con la malattia, ovvero con parenti di primo grado già colpiti, oppure se si tratta di uomini di colore, i quali hanno una fragilità genetica specifica più marcata di tutti gli altri. Il tumore della prostata, come noto, colpisce soltanto la popolazione maschile. Questo perché la prostata è una ghiandola che compare esclusivamente nell’apparato urogenitale dell’uomo. Il suo compito è quello di regolare il funzionamento della vescica all’atto della minzione e di canalizzare lo sperma in previsione dell’eiaculazione durante l’atto sessuale.
In Italia, stando al dato del 2020, si stima che vi siano circa 470 mila uomini con diagnosi di cancro della prostata, l’età media dei quali è 72 anni. Che la prevenzione giochi un ruolo molto importante ovunque, è rappresentato dal fatto che la recidiva e l’alta mortalità sono tipiche di un tumore, come quello in questione, la cui caratteristica più perniciosa è quella di restare per anni asintomatico, oppure di manifestarsi con sintomi di non facile intellegibilità, come la presenza di disturbi di incontinenza urinaria, perdita della potenza di flusso nella minzione ed erezioni più difficoltose che sono tipici di altri disturbi e patologie a danno dell’apparato urinario e sessuale dell’uomo che invecchia, e non sono solo specifici del tumore della prostata. Invece, se il tumore della prostata ha già superato i primi stadi, si assiste a un aumento generalizzato dei casi di malignità in fase avanzata. A puntualizzarlo, calando il dato nel concreto della realtà italiana, è stata di recente l’associazione “Fondazione-Pro” in un suo recente opuscolo, nel quale mette in guardia dal rischio di recidiva, per colpa dei controlli di follow-up della prostata che sono venuti meno a causa del Covid, per cui, nei prossimi anni, dovremmo aspettarci un aumento sensibile delle diagnosi di tumore in stadio avanzato.
In Inghilterra il cancro della prostata faceva già paura prima che il Covid venisse alla ribalta e rallentasse i controlli di follow-up anche in quel Paese. Dal 2018 ha perfino superato come incidenza il tumore al seno, oltre 49 mila casi in un anno, contro i 47 e rotti del tumore femminile, come ricorda un recente report pubblicato, tra gli altri, sul sito della BBC News. E siccome l’esame del PSA non sempre è di facile e sicura intellegibilità, vi sono allo studio altri metodi utili alla diagnosi precoce. Uno di questi è rappresentato da un dispositivo che, semmai andrà a regime, verrà installato sul telefonino come una qualsiasi applicazione. Che si tratti di una cosa seria, è provato dal fatto che a crederci e a finanziarlo vi sono le principali autorità statunitensi che hanno a cuore il tumore della prostata. Nel progetto stanno spendendo il loro nome il National Cancer Institute e altre importanti istituzioni americane, mentre gli sviluppatori sono i bioingegneri di una università del Massachusetts. In realtà, si tratta di un progetto inglese-americano. Gli inglesi hanno fatto il primo passo. Hanno formato dei cani insegnando loro a distinguere, in base al loro potente olfatto, i campioni di urina che appartengono a dei soggetti con cancro alla prostata in fase conclamata. I cani, opportunamente allenati, hanno così imparato a distinguere l’urina dei pazienti con carcinoma prostatico da quella di altri soggetti, che magari sono in cura per altre patologie. In America, al Massachusetts Institute of Tecnology, stanno sviluppando una tecnologia in grado di riprodurre in un marchingegno quello che i cani sanno fare d’istinto. Che i cani avessero già dato ottimi segnali nell’identificare anzitempo vari tipi di malattie, fra le quali quelle oncologiche, non è un fatto nuovo. Lo scoglio per un loro utilizzo pratico è rappresentato dal tempo che richiede il loro addestramento e i costosi studi necessari per comparare la bontà dell’olfatto canino con il verdetto di diagnosi certe. Alla macchina tecnologica viene richiesto proprio questo. Una volta che andrà a regime, dovrebbe essere in grado di semplificare le procedure e ridurre i costi. Al momento, essendo ancora in una fase di studio, i costi di sviluppo della tecnologia sono superiori a quelli già ingenti dell’addestramento dei cani e della verifica dei risultati che il loro olfatto può sviluppare al servizio dell’oncologia. Chi vi lavora tuttavia è fiducioso. Dopo aver esposto il progetto alla regina d’Inghilterra, insieme ai cani dai quali tutto è partito, ora il team inglese-americano sta facendo la spola fra Londra e il Massachusetts per il confronto dei campioni necessari allo sviluppo dell’avveniristica tecnologia.