Prostata, un questionario per conoscerla meglio

Interrogare chi è stato colpito dal tumore della prostata può tornare utile per migliorare le cure. È l’idea che ha spinto 41 associazioni che lavorano in ambito oncoematologico a preparare un questionario per gli oltre 30 mila pazienti che ogni anno ricevono una diagnosi di tumore della prostata. Stando ai dati del Registro Tumori (ARITUM), il tumore della prostata è il più diffuso fra i tumori che colpiscono il genere maschile. Ogni anno in Italia, il 18,5% delle diagnosi per tumori interessano questo organo dell’apparato genitale maschile dal quale dipende la produzione spermatica e il controllo della continenza urinaria e dell’erezione. Un record per incidenza, nel novero dei tumori maschili. Il questionario intende conoscere, attraverso le testimonianze dei diretti interessati, le esperienze e i bisogni degli uomini che convivono con un tumore della prostata. Si tratta della terza serie di indagini promosse dalle 41 associazioni affiliate a “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che con questa iniziativa si prefigge di entrare sempre più in contatto con i pazienti oncologici. Il questionario è online fino al 15 febbraio sulla pagina Facebook e sul sito del Gruppo. Esso è consultabile a questo link.
Diversi i temi che affronta. Si parla di prevenzione primaria, dei problemi della sfera sessuale e di come si è riusciti, se non a risolverli, quanto meno a fronteggiarli. Delle scelte terapeutiche che sono state fatte e della prognosi in rapporto sia alla disfunzione erettile sia alle soluzioni per ovviare all’incontinenza urinaria.
Ammalarsi di tumore della prostata è un pericolo che cresce con l’età. Gli studi sono concordi nell’indicare che oltre il 70% degli ottantenni è affetto da un piccolo tumore alla prostata. In taluni questo tumore è silente e innocuo, in altri sintomatico e minaccioso. Ad ogni modo, fra i 60 e gli 80 anni la malattia viene diagnostica a un uomo ogni otto.
I trattamenti possono dare effetti secondari sia sulla funzione sessuale, sia quella urinaria. Essere entrati nella terza età (≥74 anni) non è più un limite che spinge la medicina a disinteressarsi della qualità della vita sessuale del paziente.
La sessualità dell’anziano è stata rivalutata negli ultimi anni, da quando la vita media si è allungata e la qualità dell’ultimo tratto di esistenza è migliorata. Lo confermano diverse indagini, ove si dimostra che la maggioranza degli ultrasessantenni ha un’attività sessuale soddisfacente. La prospettiva di perdere del tutto o in parte la sessualità può essere traumatica tanto quanto la diagnosi di tumore. Per fortuna, vi sono nuovi trattamenti che la possono preservare con maggiori chance di successo rispetto a prima.
Stesso destino per l’incontinenza urinaria. Il fascio di nervi che regola lo stimolo dell’erezione passa accanto a quello che regola la continenza urinaria. Entrambi passano al centro della ghiandola prostatica. È la tecnica chirurgica con la quale si interviene per asportare la prostata che fa la differenza. Con l’intervento classico, a cielo aperto, dopo l’asportazione della prostata quattro pazienti su dieci soffrono di incontinenza urinaria e otto su dieci si scoprono impotenti a tre mesi; sei su dieci a un anno dall’operazione. Questo perché è difficile, se non impossibile, intervenire sulla prostata senza danneggiare il fascio di nervi che regola la continenza urinaria, la funzione vescicale e l’erezione.
Oggigiorno però, grazie alla chirurgia robotica, la funzionalità erettile può essere preservata in oltre il 70% dei casi. L’importante è che l’intervento venga eseguito in uno dei centri di eccellenza, con all’attivo almeno cento interventi l’anno.
Da ricordare che l’intervento chirurgico non altera mai il desiderio. Quest’ultimo dipende dalla presenza dell’ormone testosterone e da una buona predisposizione mentale. L’intervento di prostatectomia, invece, rende impossibile la procreazione, che normalmente non è un problema, vista l’età avanzata dei pazienti. Oltre all’età avanzata, un altro fattore non trascurabile è la familiarità: il rischio di ammalarsi di tumore della prostata è doppio in chi ha un parente di primo grado (padre, fratello eccetera) che si è ammalato prima di lui.