Contro il cancro del seno l’aspirina non serve

Verso la fine della sua esistenza, Umberto Eco aveva stigmatizzato un’abitudine discutibile del giornalismo italiano, quello di dare notizie accompagnandole da una o più smentite. La notizia crea interesse, cattura l’attenzione, ed è questa la ragione del perché i giornali se la contendono, visto che sono le notizie che legittimano i giornali e non viceversa, sempre per citare il compianto semiologo. Ma se la notizia non è vera e chi la dà lo sa in partenza, questi è costretto a scrivere di ciò che la smentisce. In questo modo, il succo dell’articolo coincide con l’elenco ragionato delle smentite, il che, tra le altre cose, tutela chi scrive dalle spiacevoli conseguenze legali se vi è una parte lesa intenzionata a farsi sentire in sede giudiziaria. Per questa prassi di spararla grossa nei titoli e nell’incipit, e poi di volgere piano piano verso una verità alternativa nel corpo dell’articolo, Umberto Eco aveva coniato il termine di “non-notizia”.
Apparentemente, è quello che è successo di recente a una notizia che ha dato conto dei risultati di un trial clinico sugli effetti dell’aspirina nelle donne colpite da un particolare tipo di tumore al seno. La non-notizia sarebbe che, in base a questo studio, l’aspira non è di nessun giovamento contro il cancro al seno, né in termini di prevenzione e neppure in quelli di maggiore longevità. Si tratta di un trial condotto negli Stati Uniti, che ha arruolato oltre 3 mila donne con diagnosi di cancro al seno a fronte del recettore HER2 (presente nel 20% delle diagnosi di cancro al seno più aggressive), nel quale la metà delle candidate ha assunto l’aspirina e l’altra metà un placebo.
Ma allora perché parlarne? Perché la scienza procede per tentativi e la ricerca non può sapere in partenza che il risultato di un trial in doppio cieco, come quello dell’aspirina vs placebo che i ricercatori hanno sperimentato dal 2017 al 2020 su un campione di 3021 donne d’età inferiore ai 70 anni, portasse a questo risultato. La notizia che l’acido acetilsalicilico, noto per le indiscusse proprietà antinfiammatorie, antiaggreganti e antipiretiche, un presidio importante nella prevenzione di eventi cardiovascolari maggiori (infarto e ictus), non stesse funzionando nella prevenzione del tumore del seno, deve essere serpeggiata fra le candidate già durante il follow-up di 24 mesi, visto che il numero di coloro che hanno abbandonato la terapia anzitempo è stato molto alto, pari al 56%.
Ecco come la prima autrice dello studio, la dottoressa Wendy Chen del Dana-Faber Institute di Boston, ha spiegato il risultato. A suo parere, gli studi con esito negativo forniscono dati altrettanto importanti di quelli che individuano un principio attivo efficace. Nessuno vuole che i pazienti assumano medicine che non siano efficaci. Inoltre, lo studio s’inserisce nell’elenco di quelli, altrettanto importanti, che hanno fatto chiarezza sia pur “in negativo” su un approccio clinico la cui validazione era controversa. C’era infatti da chiarire se l’aspirina fosse utile in oncologia come lo è parzialmente nella prevenzione del tumore del colon-retto. A questo riguardo ricordiamo che esiste una metanalisi dell’istituto Mario Negri che si è espressa a favore di una riduzione del 25% del tumore del colon retto fra i fruitori abituali di aspirina, con una prevalenza maggiore in relazione alla durata della terapia e al dosaggio del farmaco.
Siamo convinti che la notizia di cui sopra non sia una non-notizia bensì un’informazione che andava data a beneficio della conoscenza di tutti, a partire da quella di medici e ricercatori e poi delle persone comuni? Personalmente crediamo di sì, anche se non ci convince del tutto quanto alcune delle partecipanti allo studio avrebbero detto ai ricercatori quando questi hanno loro riferito dei risultati circa l’inutilità dell’aspirina nella prevenzione secondaria del cancro al seno. Le candidate avrebbero ringraziato dichiarandosi lusingate: per loro è stato importante lo stesso essersi rese utili nel fare chiarezza sull’aspetto clinico che i ricercatori s’erano posti per obbiettivo primario. Probabilmente qualcuna si sarà davvero espressa in questo modo. Qualcun’altra, invece, in modo diametralmente opposto, a giudicare dalla disaffezione massiccia che abbiamo menzionato, solo che di questa seconda e probabile presa di posizione non si fa menzione nei report di questo studio reperibili su Internet.
C’è di buono che l’asprina, a differenza di tanti altri farmaci, è praticamente priva di effetti collaterali, se assunta a un’età antecedente ai 70 anni, limite anagrafico che è stato rispettato nel trial in questione. È infatti dopo i 70 anni che il rischio di sanguinamenti raggiunge livelli di rischio da non trascurare, che è anche il motivo per cui, in presenza di tumore del colon retto, i medici sono restii a prescrivere l’aspirina come presidio di prevenzione oncologica al raggiungimento di tale età, se non dopo aver analizzato a fondo la compatibilità del farmaco con il quadro clinico del paziente.