
Ti ricordi quando Madonna in radio era sempre in testa agli ascolti? Se sì, significa che la teenager che eri a metà degli anni Ottanta oggi ha superato i 45. È tempo che tu faccia un check-up per il tumore del colon-retto. In caso di esito positivo, dovrai fare una colonscopia. Chiedi al tuo medico, saprà consigliarti. Questo, in sintesi, uno degli headline della campagna di prevenzione del tumore del colon-retto rivolta alle donne con meno di 50, sul quale si sta puntando negli Stati Uniti, in occasione di marzo 2022, mese della prevenzione del tumore del colon-retto (#ColoncancerAwarenessMonth). Una campagna retrodatata di cinque anni rispetto agli standard europei e italiani, per i quali la diagnosi precoce scatta a 50 anni.
In Italia sono attivi Programmi Regionali di screening di popolazione. Si basano sulla ricerca di sangue occulto nelle feci. Il test viene programmato ogni 2 anni a partire dai 50 anni. La prassi è la stessa dappertutto. Se l’esame dà esito positivo, il/la paziente viene sottoposto a colonscopia che confermi o escluda la presenza di un tumore o di polipi (lesioni precancerose) quale causa della positività.
Non è detto che l’estensione della campagna di screening a 45 anni non venga attuata anche in Italia. Apporterebbe un beneficio sostanziale, a parere della commissione USPSTF incaricata di studiarne la fattibilità. Ovvero, un probabile calo dell’incidenza del tumore conclamato, che per ora si aggira intorno ai 49.000 nuovi casi annui. La colonscopia è un esame che ultimamente ha portato a una riduzione dell’incidenza e, di riflesso, della mortalità, grazie all’individuazione e rimozione delle lesioni premaligne e a cure tempestive di tumori colon-rettali in stadio precoce.
Una delle prime cose su cui indaga il medico per decidere se un paziente deve fare la colonscopia è se il paziente ha o meno una predisposizione familiare al tumore. Familiare non significa ereditaria. Tuttavia, circa il venti per cento delle persone con tumore del colon-retto ha un precedente caso in famiglia. Familiarità in questo caso vuol dire almeno due casi di parenti diretti (nonno, genitore, figlio, fratello, per esempio) colpiti dallo stesso tumore. È la ragione per cui i pazienti con uno o più parenti di primo grado con tumore del colon-retto fanno lo screening prima dei 50 anni. A 40 anni, oppure 10 anni prima dell’età alla quale la malattia è stata diagnosticata nel membro più giovane della famiglia che ha sviluppato il tumore. Una ragione in più per parlarne con il proprio curante, volendosi destreggiare con oculatezza rispetto a questo tipo di precedenti.
Quanto alla prevenzione come stile di vita, essa si basa sulla correzione dei fattori di rischio che dipendono da scelte individuali: come fare attività fisica e rispettare una dieta il più possibile vegetariana. Com’è noto, la carne rossa viene indicata come uno dei principali fattori di rischio per il tumore del colon-retto, insieme ad alcol e fumo, sui quali vi sarebbe lo stigma del divieto pressoché assoluto. Tanto più che di avvisaglie di tipo sintomatico non ve ne sono. Il tumore in questione è un tumore che rimane silente e asintomatico per lungo tempo.
La prevenzione di maggior impatto è quella che si fa attraverso la rimozione delle lesioni precancerose (polipi adenomatosi) i quali di regola evolvono in senso maligno dopo anni. Grazie all’identificazione e alla rimozione degli adenomi in fase precancerosa e la diagnosi di carcinomi in stadio iniziale, la mortalità viene ridotta sensibilmente. Non solo, i carcinomi individuati in stadi precoci hanno ovviamente più chance di guarigione completa dopo appropriata terapia.
Sul fronte della ricerca, uno studio italiano apparso di recente su «Nature Microbiology», ha dimostrato che un ceppo di batteri intestinali è in grado di svolgere un ruolo protettivo contro lo sviluppo del tumore del colon-retto. Analizzando il microbiota di pazienti affetti da adenoma – uno stadio precoce di sviluppo del tumore intestinale – i ricercatori hanno notato l’assenza di una famiglia di batteri, chiamati Erysipelotrichaceae, in questi pazienti. I risultati dello studio, svoltosi in Humanitas, potrebbero aprire nuove strade alla diagnosi precoce nei pazienti a rischio.