Attenti al singhiozzo

Il singhiozzo non è solo uno spasmo della glottide che suscita ilarità negli astanti perché sembra sfuggire a ogni capacità di controllo o perché chi lo emette ricorda un ubriaco alle prese con la fase calante della sbornia. C’è poco da ridere quando diventa una reazione incontrollata all’assunzione di farmaci chemioterapici, dolorosa e pericolosa al punto da compromettere il sonno, accrescere la spossatezza, essere d’intralcio all’assunzione di cibo, causare nausea, vomito e perdita di peso, oppure procurare una polmonite per aspirazione, cosa che succede quando gli spasmi della glottide rendono quest’ultima incapace a impedire che un conato di vomito centri il bersaglio e raggiunga le vie aeree.
Secondo un’indagine tesa a sollevare il problema del singhiozzo fra medici e infermieri alle prese quotidianamente con dei pazienti oncologici, il 90% degli operatori sanitari intervistati ha dichiarato di venire in contatto ogni anno con almeno 100 pazienti oncologici per i quali il singhiozzo assume la rilevanza appena descritta. E un totale di 684 medici ha risposto positivamente alla domanda se nel novero dei pazienti oncologici che hanno avuto in cura negli ultimi 6 mesi, ameno 10 di loro presentassero un singhiozzo clinicamente significativo, un singhiozzo durato più di 48 ore e che si era manifestato a causa della malattia oncologica o della cura finalizzata al contenimento della medesima.
Le indagini epidemiologiche sul singhiozzo riferiscono che una percentuale compresa fra il 15 e il 40% nei pazienti oncologici ha problemi di singhiozzo. E che solo il 20% dei trattati per il singhiozzo dichiara una riduzione sensibile dei sintomi. Tra l’altro, alcuni dei farmaci proposti hanno pesanti effetti collaterali, per cui se non si viene a capo del problema, il paziente si sente doppiamente beffato: il singhiozzo persiste e viene esacerbato da nuovi sintomi. Tra le dichiarazioni dei pazienti riferite dai curanti ce n’è una che fotografa alla perfezione lo stato di incertezza che vive il paziente. È quella in cui uno di essi ha dichiarato di vivere il rischio di incertezza che si sperimenta al tavolo da gioco, al momento di sottoporsi ai farmaci mirati per il contenimento del singhiozzo. Non sapendo se detti farmaci funzionano, la sensazione di scommessa è la stessa che si sperimenta al tavolo del poker o della roulette. Tant’è che, come conclusione di quest’indagine, i ricercatori suggeriscono che sarebbe utile migliorare le cure per cercare di dare un sollievo più efficace per chi soffre di singhiozzo.
In uno studio del 2021, teso ad approfondire la rilevanza di questo sintomo fra i pazienti oncologici, il singhiozzo era emerso in 37 (23%) dei 160 pazienti che soddisfacevano i criteri d’inclusione, che erano a maggioranza di sesso maschile (65,9%) mentre il tipo di cancro più ricorrente era il gastrointestinale (54,1%). È altresì emerso che la durata del singhiozzo era compresa fra 0 e 48 ore nell’83,8% dei pazienti osservati, che la gravità media del medesimo era di 3,81 ± 2,25 (in base a una scala da 1-10) e che nel 60 % di questi pazienti il singhiozzo era di bassa gravità. È stato infine riscontrato che solo il 10,8% dei pazienti con singhiozzo utilizzava metodi farmacologici per il sollievo e che il 27% ricorreva a metodi non farmacologici.
Tra i metodi non farmacologici ve ne sono alcuni che possono scadere nel folcloristico e che sarebbero divertenti se dietro non allignasse la disperazione di chi vi ricorre. Come quello di dire un’Ave Maria trattenendo il fiato, un metodo che, per chi in Italia ha almeno un’età prossima alla pensione, richiama alcuni giochi che si facevano da ragazzi, quando il singhiozzo altro non era che un tic privo di ogni conseguenza patologica.
L’eziologia del singhiozzo nella popolazione tumorale e in chi viene sottoposto a cure palliative chiama in causa la chemioterapia, l’uso di farmaci a base di steroidi, le irregolarità elettrolitiche, le esofagiti e il coinvolgimento neoplastico del sistema nervoso centrale, del torace e della cavità addominale. A ricordare che non stiamo parlando di un sintomo banale, il dato che nell’1-9% dei pazienti affetti da cancro avanzato il singhiozzo è generalmente definito come persistente o intrattabile. La letteratura medica riferisce di singhiozzi persistenti che superano le 48 ore e che arrivano anche a un mese. Del pari, di singhiozzi intrattabili che superano il mese. Nel Guinness dei primati vi è traccia di un uomo che in Iowa, Usa, ha avuto il singhiozzo per 60 anni.