
Colpa dell’Irlanda, che s’è posta concretamente il problema di accogliere le indicazioni EU per ridurre del 10% entro il 2035 i danni alla salute provocati dall’alcol. Partendo da un’idea di consumo consapevole, nei cieli d’ Irlanda si è pensato, per iniziare, di introdurre i seguenti wornings sulle etichette degli alcolici. “Il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “Alcol e tumori mortali sono direttamente collegati”. Dichiarazioni per altro vere, che la scienza ufficiale sottoscrive. Per dirne una, l’alcol compare nel gruppo 1 delle sostanze sicuramente cancerogene, secondo la suddivisione proposta dallo IARC di Lione. Vi compare accanto alla carne lavorata, al fumo di sigaretta e al benzene che ammorba l’aria a causa dei gas di scarico delle macchine con motore a scoppio. Ma a differenza di salami e mortadelle, per i quali basta un consumo moderato per ridurre al minimo il rischio, per l’alcol la questione più limpida. Anche se assunto in piccole quantità l’alcol è ugualmente cancerogeno “per l’effetto diretto che ha sul DNA”, ricorda in un tweet Emanuele Scafato, Osservatorio Nazionale Alcol ISS (Ist. Sup. Sanità). Da precisare che lo IARC stabilisce soltanto se una sostanza è con ragionevole certezza un cancerogeno, ma non fa paragoni fra i cancerogeni in base all’impatto che hanno sulla salute. Per gli alcolici, la probabilità di ammalarsi di cancro dipende sia dalle quantità consumate sia dall’intrinseco potere cancerogeno delle sostanze ivi presenti. Secondo le osservazioni epidemiologiche i cancerogeni più potenti si trovano negli alcolici e nel fumo di sigaretta, mentre sono più blandi nelle carni rosse. In vino, birra ecc. i cancerogeni sono connessi all’etanolo (quindi maggiore è la gradazione e maggiore è il loro concentrato) oltre che negli additivi e nelle altre sostanze che concorrono nella definizione del prodotto finito.
Forse temendo che l’esempio irlandese contagiasse altri paesi “vitivinicoli”, in Italia si è assistito a una levata di scudi ufficiale. A fine gennaio è toccato al neoministro della salute Orazio Schillaci il quale, in messaggio inaugurale a una fiera di enologia, ha ricordato che il vino, ricco di polifenoli e antiossidanti, è un baluardo della dieta mediterranea e svolge un’azione protettiva per la salute. Gli ha fatto eco il collega del dicastero dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, con una boutade che sembra ispirata a Longanesi, il battutista che furoreggiava negli anni Trenta del secolo scorso. In un tweet Lollobrigida ricorda con scoperto intento sarcastico che “Il vino nuoce gravemente alla salute di chi non lo beve”. È chiaro che i neoministri stanno facendo squadra a favore del prodotto italiano. Non a caso, l’Italia è il secondo paese esportatore di vino in Europa, con 8 miliardi di fatturato nel 2022, cosa che si evince da un report di Nomisma. Di meglio ha fatto solo la Francia (12,5 ml) complice però il costo più alto del vino francese (40% in più di quello italiano). Peccato però che gli esponenti del Governo Meloni abbiano abbracciato una versione destinata a schiantarsi in un vicolo cieco. Tanto più che nel paese in cui l’Italia va forte nell’esportare chianti e prosecco, ovvero negli Stati Uniti, le cose stanno per cambiare nel senso di un nuovo giro di vite. Il vento che spira è lo stesso dei cieli d’Irlanda. Anzi, forse è anche più da brividi per i cultori “duri e puri” del vino.
Negli Stati Uniti ogni bottiglia esportata dall’Italia riporta già in etichetta le avvertenze che l’alcol è in grado di creare problemi di salute, può causare incidenti alla guida ed è nocivo alle donne in gravidanza. Ma una coalizione di associazioni di consumatori ha appena annunciato una nuova “importante vittoria di civiltà”. In una dichiarazione ufficiale, la commissione competente del Dipartimento del Tesoro (TTB) ha accettato di emettere una proposta di regole che richiedono l’etichettatura standardizzata anche per il vino. Accanto ai già citati wornings, sulle bottiglie dovranno comparire scritte che informano il consumatore del contenuto di alcol, delle calorie e degli allergeni. Il tutto entro la fine del 2023. La decisione di TTB arriva dopo che tre organizzazioni nazionali dei consumatori hanno citato TTB giudizio, il 3 ottobre 2022, per non aver dato seguito a una petizione di diciannove anni prima (2003) , con la quale si richiedeva l’etichettatura degli alcolici con la stessa trasparenza prevista per le bevande analcoliche e per i prodotti alimentari.
I produttori italiani sono avvisati. I nostri vini, dai pregiati a quelli più di largo consumo, per accedere al mercato USA si dovranno adeguare le etichette ai nuovi dettami imposti dal governo americano. Vale la pena in Europa continuare a fare gli gnorri e pretendere che le etichette si limitino a strizzare l’occhio al consumatore puntando solo sulla grafica e sul marketing?