Corsa alla prevenzione

Il metabolismo è la cartina di tornasole delle scelte di vita. È soprattutto una conseguenza del movimento che si fa. Riguardo a quest’ultimo, analizzando una giornata tipo, possiamo dire che siamo tutti prevalentemente sedentari. Nell’arco delle 24 ore, è molto di più il tempo che trascorriamo seduti, in macchina o in ufficio, sdraiati, sul divano o a letto a dormire, che quello che ci vede attivi, sia nel fare dell’attività fisica in senso stretto, sia delle semplici mansioni quotidiane come riordinare una stanza, scopare le foglie del giardino, portare il cane a fare pipì. Tuttavia, anche nei casi di inattività totale, il dispendio metabolico non è mai pari zero. Il solo fatto di vivere comporta un dispendio metabolico evidente. Misurato in MET (Metabolic  Equivalent of Task) ovvero “dispendio metabolico da lavoro”, si consuma fino a 1 unità MET durante le occupazioni “minime” come stare davanti alla tivù. All’opposto, quando pratichiamo esercizi fisici di intensità vigorosa, il MET è massimo. Raggiunge i 6 MET e anche più. Mentre i 3 MET sono il dispendio metabolico per le attività di debole e media intensità, come fare una camminata nel parco a passo svelto.

Ebbene, il dispendio metabolico, non è una variabile secondaria. A detta del National Cancer Institute (NCI) l’Agenzia americana che in materia di cancro parla a nome del Governo degli Stati Uniti, tanto più le persone sono attive e consumano MET, tanto più si mantengono in salute anche e soprattutto da un punto di vista del rischio oncologico. Esistono prove che collegano una maggiore attività fisica a un minor rischio di cancro. Esse sarebbero reperibili negli studi osservazionali, nei quali – come ricorda un editoriale recente apparso sul sito NCI – gli individui riferiscono la loro attività fisica e vengono seguiti per anni per la diagnosi di cancro. Di per sé gli studi osservazionali non possono dimostrare una relazione causale, ma quando vengono condotti su popolazioni diverse e i risultati che danno sono sovrapponibili, allora si è molto vicini alla prova di connessione causale. Il che equivale a dire che esistono prove sufficienti per asserire che ai livelli più elevati di attività fisica corrisponde un minor rischio per diversi tipi di cancro.

Nel caso del cancro al colon, in una metanalisi del 2016 che ha passato in rassegna 126 studi, gli individui che hanno fatto maggior attività fisica hanno evidenziato un rischio inferiore del 19% di cancro al colon rispetto a quelli che erano meno attivi fisicamente. Questo perché l’attività fisica è in grado di ridurre l’infiammazione e migliorare la funzione del sistema immunitario, compresa l’alterazione del metabolismo degli acidi biliari, diminuendo l’esposizione del tratto gastrointestinale agli agenti cancerogeni. Lo stesso vale per il cancro dell’esofago. L’esofago è la parte del canale alimentare che dalla faringe arriva allo stomaco. Una metanalisi del 2014 di 9 studi di coorte e 15 studi caso-controllo ha rilevato che gli individui fisicamente più attivi avevano un rischio inferiore del 21% di adenocarcinoma esofageo rispetto a quelli meno attivi. Non diverso il discorso per il cancro al seno e all’endometrio. In una metanalisi del 2016 che comprendeva 38 studi di coorte, le donne fisicamente più attive avevano un rischio di cancro al seno inferiore del 12-21% rispetto a quelle meno attive fisicamente. La relazione tra l’attività fisica e il rischio di cancro dell’endometrio (cancro del rivestimento dell’utero) è assodata. In una metanalisi di 33 studi, le donne molto attive avevano un rischio inferiore del 20% di cancro dell’endometrio rispetto alle donne con bassi livelli di attività fisica. Esistono inoltre prove indirette, che chiamano in causa l’associazione con l’obesità. Quest’ultima è un rilevante fattore di rischio per il cancro dell’endometrio e migliora proprio grazie all’attività fisica.  Infine per reni e vescica. In una metanalisi del 2013 basata su 11 studi di coorte e 8 studi caso-controllo, gli individui fisicamente più attivi avevano un rischio inferiore del 12% di cancro renale rispetto ai meno attivi. Inoltre, un’analisi posteriore di oltre 1 milione di individui ha rilevato che l’attività fisica nel tempo libero si collegava a una riduzione del rischio di cancro al rene del 23%. Discorso simile per la vescica, in una metanalisi del 2014 di 11 studi di coorte e 4 studi caso-controllo, il rischio di cancro alla vescica era inferiore del 15% per gli individui con il più alto livello di attività rispetto a quelli con il livello più basso. Un’analisi aggregata di oltre 1 milione di individui ha rilevato che l’attività fisica nel tempo libero era collegata a una riduzione del rischio di cancro alla vescica del 13%. Quanto basta per concludere che una delle migliori forme di prevenzione oncologica si focalizza nell’attività fisica praticata nel tempo libero.