
Devo confessare due peccati di gola che non credevo tali. Sono un consumatore abituale di insalata greca d’estate e di crackers durante tutto l’anno. Cosa c’è di meglio di una Greek salad per pranzo, sapendo che stai per mangiare uno dei piatti più tipici della dieta mediterranea e, per quanto mi riguarda, un’insalata di pomodori “leggera” che già dai colori sgargianti dei vari ingredienti sembra proiettarti in un ristorantino in riva al mare azzurro di quella splendida nazione, meta agognata di molte delle mie vacanze estive?
Quanto ai crackers, mea culpa per la pigrizia di uscire di casa e recarmi nel negozio sotto casa a comprare del pane fresco ogni mattina, magari di tipo integrale, che tra l’altro il mio panetterie fa buonissimo. Preferisco scartare la bustina dei crackers, talora anche a colazione. Il contrasto fra la sapidità di questo pane sui generis e il dolce della marmellata mi aggrada. Che peccati avrei commesso? Se guardo alla data di scadenza della feta, l’ingrediente irrinunciabile della Greek salad, lo scopro subito. La bustina del formaggio caprino che ho in frigo indica otto mesi alla scadenza. Come può un formaggio fresco durare così tanto? Più che merito del frigo è del tipo di conservanti che vengono utilizzati per garantirne una vita così lunga negli scaffali dei supermercati. In una parola, il merito o demerito – dipende da quale angolazione scegliamo per giudicare – è del suo essere un cibo ultra-processato (UPFs). La stessa cosa che vale per i crackers, sempre pronti e fragranti e appetitosi quando li scarti, grazie agli additivi industriali impiegati per salvaguardarne la lunga durata, il gusto e la fragranza. Merito del loro essere un altro tipo di UPFs. UPFs versante cereali, al pari del pane in cassetta o dei cornflakes per la colazione. E chi si credeva come il sottoscritto che per scampare dai cibi UPFs bastasse non andare nei fast food, non bere bibite gassate ed evitare i cibi precotti che a casa si preparano in cinque minuti, si sbagliava.
Secondo un articolo pubblicato nell’agosto 2022 sulla rivista «British Medical Journal», il 57 % circa delle calorie consumate dagli adulti deriva dai prodotti UPFs. E qual è il problema? Che in questo studio condotto su 300.000 persone negli Stati Uniti, già arruolate in tre diversi studi di popolazione e seguite per almeno due decenni, gli autori hanno evidenziato che una cosiffatta dieta è un importante fattore di rischio per il cancro del colon-retto. A dire il vero, nella loro ricerca gli esperti si sono concentrati in particolare sui cibi UPFs pronti da mangiare o da scaldare.
Più di recente, però, lo spettro degli UPFs è stato allargato, fino a entrare nel merito di scelte alimentari all’apparenza salutistiche. Dati alla mano, è emerso che anche chi aderisce alla dieta mediterranea (DM), alla DASH (Approcci dietetici per fermare l’ipertensione) e all’approccio MIND (un mix DM-DASH per fermare il ritardo neurodegenerativo) non è affatto detto che sia al riparo dai UPFs. Il mio esempio della feta nell’ambito della dieta mediterranea docet. Il riferimento di cui sopra è allo studio osservazionale pubblicato a maggio del 2024 sulla rivista «Neurology» che invita ad alzare l’asticella di controllo degli alimenti, ricordando che la lavorazione degli alimenti è sempre importante per la salute del cervello negli anziani, indipendentemente dai fattori di rischio noti e dall’aderenza ai modelli dietetici raccomandati. Questi cibi, già noti per aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, sindrome metabolica e obesità, sembrano avere un impatto negativo anche sulla salute mentale. Nello specifico si riscontra che aumento del 10% nell’assunzione di UPFs è associabile a un rischio più elevato di deterioramento cognitivo negli anziani.
Una conclusione che riecheggia quanto già emerso in uno studio apparentabile del 2022. Nello studio di coorte prospettico e multicentrico pubblicato sul prestigioso «JAMA Neurology» nel 2022, è emerso che un elevato consumo di cibi UPFs è associato a un più rapido declino delle funzioni cognitive globali ed esecutive. Il riscontro si è avuto osservando una coorte di 10.775 persone di età 35-74 anni, tenute sotto controllo per 8 anni. Chi ha consumato più cibi UPFs ha evidenziato un declino cognitivo del 28% più veloce e un declino delle funzioni esecutive del 25% più veloce rispetto a chi ne ha consumati di meno.
Dal che si inferisce che limitare il consumo di cibi UPFs è utile per ridurre il declino cognitivo a cominciare dalle persone di mezz’età. Pertanto, adottare una dieta più equilibrata e ricca di cibi freschi, nonché selezionare i cibi UPFs variamente trasformati, può essere fondamentale anche per preservare le funzioni cognitive nel tempo.