Tumore della prostata, per una prevenzione migliore

Nel 2023, le nuove diagnosi di tumore della prostata in Italia sono state circa 41.100. Una cifra record, a conferma che le neoplasie prostatiche nei paesi occidentali tra cui l’Italia sono le più frequenti nell’uomo. In Italia, rappresentano il 19,8% di tutti i tumori maschili. Questi e altri dati  vengono snocciolati nell’ultimo volume “I numeri del cancro in Italia”, aggiornato al 2023, dove viene altresì spiegato che l’elevata incidenza di questo tumore, più che una recrudescenza dei fattori di rischio, è da porre in relazione a una maggiore probabilità di diagnosticare tale malattia attraverso lo screening precoce, ovvero il dosaggio del PSA e l’esame digitorettale, ai quali fanno seguito, in sede di approfondimento diagnostico, l’ecografia prostatica e la biopsia. Il che significa che la prevenzione e le indagini di screening per questo tumore stanno funzionando a meraviglia? Stando a quanto è emerso dal tavolo multimediale dal titolo “Tumore della prostata e raccomandazioni del consiglio dell’Unione Europea: prevenzione e diagnosi precoce” organizzato il 4 giugno dalla Fondazione Onda, la risposta è no. Molto resta da fare. L’obiettivo primario ancora da raggiungere è quello di estendere le indicazioni europee per lo screening di massa per il tumore della prostata già in essere per il  carcinoma della mammella, della cervice uterina e del colon-retto.

A dire di Giaro Conti, Segretario SIUrO (Società Italiana di Urologia Oncologica),  il sistema sanitario italiano è un sistema regionalizzato, il che è un punto di forza ma anche di debolezza se si hanno in mente campagne di prevenzione a livello nazionale come quella appena accennata per la prostata. È giocoforza che l’approccio rivolto a sensibilizzare le singole regioni sia l’unico percorribile. «Questo perché ogni programma di screening deve coinvolgere necessariamente il territorio».

Da ricordare, come ha fatto Giuseppe Carrieri, Presidente SIU Società Italiana di Urologia, che parlare di prevenzione adesso, quando la Sanità nelle regioni vive un momento drammatico a causa delle lungaggini delle liste d’attesa, sembra un puro esercizio di stile. Sembra difficile – ha spiegato  – che là dove molti cittadini stanno rinunciando alla possibilità di curarsi, si possa disquisire di  prevenzione, con inevitabili costi aggiuntivi. «È impensabile che allo stato attuale i dirigenti sanitari regionali trovino i fondi per queste politiche sanitarie».

«Come SIU – ha chiosato Carrieri – ci siamo attivati con il Ministero della Salute affinché si possa riconsiderare la possibilità di inserire un programma di screening per il cancro della prostata nell’ambito dei LEA». Dove i LEA sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket).

A parere di Cinzia Ortega, Membro del Consiglio Direttivo CIPOMO, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri, la via da perseguire è quella di riuscire a integrare le strutture di oncologia nel territorio (specialisti territoriali d’organo, medici di medicina generale ecc.). «In questo modo sarebbe possibile intervenire anche nelle fasi precoci, e questi percorsi dedicati diverrebbero sempre più importanti come presidi di prevenzione».

Per Stefania Gori, Presidente AIGOM Associazione Italiana Gruppi Oncologici Multidisciplinari, il paziente dovrebbe essere sempre valutato da un équipe multidisciplinare. «Il che vale anche per il carcinoma della prostata».

Dal canto suo, Claudio Talmelli, Presidente Europa Uomo Italia, si batte per una corretta informazione. Il che significa, per esempio, agire concretamente sui media per demistificare i tabù che ancora impediscono agli uomini di cercare aiuto, per la paura di ammettere pubblicamente una riduzione, talora fino all’impotenza, della potenza sessuale.

In conclusione, se oggi lo screening per il tumore della prostata è ancora del tutto opportunistico, in sede di prevenzione secondaria il contributo dei medici di base è apparso, per  giudizio comune, come incontestabile, in quanto è destinato ad aumentare il numero dei cittadini che aderiscono agli screening e alle politiche di prevenzione. Tanto più, in accordo con il motto che Fondazione Onda ha fatto proprio, che le spese fatte sulla prevenzione e sullo screening non sono – a ben vedere – dei costi ma degli investimenti.