Mangiare meno carne per salvare il pianeta

In un’intervista apparsa quest’anno su Univadis, Nicole Darmon, coautrice delle raccomandazioni che la Società francese di nutrizione sta per proporre ai nostri cugini d’oltralpe ricorda che il cambiamento più evidente delle nuove linee guida sarà nel consumo di carne. Non più gli attuali 900 grammi a settimana, bensì la metà. 450 grammi fra manzo, polli e insaccati. Si tratta di una scelta – scopriamo – volta  a conciliare le preoccupazioni nutrizionali  con quelle climatiche. Concentrandosi principalmente sulla riduzione del consumo di prodotti a base di carne, si spera di ottenere miglioramenti sensibili in termini di gas serra. Il cibo rappresenta il 22% dei gas serra prodotti in Francia, trainato com’è, principalmente, dai prodotti a base di carne. Per soprammercato sappiamo che la carne rossa e i tanto demonizzati insaccati figurano nel gruppo 1 che lo IARC di Lione riserva alle sostanze potenzialmente cancerogene. Ora, tutte le linea guida internazionali sull’alimentazione suggeriscono di mangiare meno carne rossa sostituendola con i legumi per il giusto apporto di proteine. Mangiarne meno non significa non mangiarla affatto o non mangiarla più. Significa ridurre le occasioni di farlo, incrementando piuttosto quelle di sostituirla con porzioni a base di verdura e di frutta. E infatti, come ricorda Nicole Darmon, i calcoli che hanno fatto al dipartimento di Scienza dell’alimentazione che dirige, dimostrerebbero che è possibile avere una dieta nutrizionale bilanciata dimezzando la quantità di carne, cioè fino a 450 g/settimana. Quello che più conta è che l’obiettivo può essere raggiunto senza ricorrere a cibi arricchiti e agli integratori. Infatti, la dieta tipo prevede il consumo di carne, pesce o uova una volta al giorno, nonché latticini due o tre volte al giorno. In questo contesto, le raccomandazioni per frutta e verdura rimangono invariate. Per quanto riguarda i legumi, il consumo giornaliero aumenta fino a 65 g – 100 g/die, mentre attualmente i legumi sono consigliati due volte a settimana, senza specificare la dimensione della porzione. Infine, l’assunzione di frutta secca non salata, preferibilmente noci, dovrebbe essere di 25-30 g al giorno, l’equivalente di due piccole manciate, mentre attualmente si raccomanda una piccola manciata al giorno.

A detta dell’intervistata, questo cambiamento si tradurrebbe in una riduzione del 20%-50% dei gas serra nella dieta dei francesi. Lo scenario di una riduzione del 35% dei gas serra viene giudicato un compromesso possibile. Una dieta per tutti? Per tutti gli adulti sani escludendo alcuni gruppi. Per esempio il gruppo degli anziani, a causa delle loro esigenze nutrizionali specifiche di preservare la massa muscolare. Lo stesso vale per le donne incinte e in fase di allattamento. Meno carne è invece congeniale per i bambini,  a patto che compensino il calo proteico con un aumento delle sostanze grasse (latte e derivati). Solo così sono al riparo dai fenomeni di sovrappeso e obesità futura.

E i costi? Tutti saranno in grado di seguire le nuove scelte alimentari che i creativi della pubblicità dovranno tradurre in nuovi spot per la comunicazione dominante sulle tivù e su Internet? Secondo i modelli teorici, la dieta con meno carne dovrebbe costare fino a un 10% meno, questo perché la carne rappresenta circa un quarto della spesa che le famiglie francesi spendono annualmente per mangiare, indipendentemente dal loro status economico e sociale. Un calcolo che è stato fatto prima che l’inflazione facesse i danni che tutti conosciamo, ovvero far lievitare di un buon 20% il costo del carrello della spesa, indipendentemente che si tratti di Francia, Spagna o Italia, visto che la morsa inflattiva sta colpendo duramente tutt’Europa. Ciò precisato,  per Nicole Darmon  è probabile che il budget alimentare di una parte significativa della popolazione non sia più sufficiente a garantire la dieta equilibrata auspicata. Ad ogni buono conto, le nuove linee guida francesi in fatto di alimentazione fanno parte di una strategia più ampia chiamata “Strategia nazionale per l’alimentazione, la nutrizione e il clima”. Alla base vi è l’idea trainante che l’apporto nutrizionale vada integrato pienamente con le questioni climatiche. Dal clima non si può più prescindere, sia che si tratti di quello che mangiamo o di come ci vestiamo. Mai come nell’economia globalizzata il battito delle ali di una farfalla in capo al mondo può avere effetti devastanti in luogo imprevedibile situato nella parte opposta del pianeta.