
In Italia, l’80% degli uomini over 50 non ha mai effettuato una visita urologica, esponendosi al rischio di diagnosi tardiva del tumore alla prostata – il più diffuso tra i tumori maschili. La Fondazione Veronesi ha lanciato una nuova campagna di prevenzione per invertire questa tendenza. Lo fa rimarcando che il 91% dei pazienti riscontrati precocemente sono ancora vivi a cinque anni dalla diagnosi. In ogni caso, essendo una patologia molto diffusa, le vittime di tumore della prostata sono circa 8.200 all’anno. Inoltre, fra i 60 e gli 80 anni la malattia viene diagnostica a 1 uomo ogni 8. Una ragione in più per ricordare che è indispensabile sottoporsi a controlli regolari, in base all’età e al rischio familiare.
La prostata è un organo soltanto maschile. È situata di fronte al retto. Serve a produrre buona parte del liquido seminale che si riscontra con l’eiaculazione. Forma e dimensione sono quelle di una noce. Con il passare degli anni questa noce cambia di stato, s’ingrossa, s’ispessisce e comincia con il dare disturbi durante la minzione a causa di alcune patologie, la più grave delle quali è il carcinoma. Quali sono i consigli per una corretta prevenzione? Dopo i 50 anni è bene sottoporsi a una visita urologica, durante la quale l’urologo effettuerà l’esplorazione rettale e valuterà i valori del PSA (antigene prostatico specifico, in inglese Prostate Specific Antigene) grazie al test delle urine. Più recentemente, è stato introdotto un nuovo marcatore, il PCA3.
Il test del PCA3 viene eseguito come esame di sostegno quando c’è da valutare se bisogna ricorrere a una biopsia per la conferma della diagnosi di carcinoma. Quando fare il test del PCA3 sulla cui utilità la comunità scientifica non è sempre d’accordo? Dubbi scientifici a parte, questo test si esegue se il clinico sta considerando di ripetere la biopsia prostatica in un uomo di più di 50 anni a seguito di una o più biopsie precedenti negative. Come per il PSA, basta un campione di urine. A differenza del PSA, il campione di urine del PCA3 si basa sul primo getto di urina raccolto solo dopo che il chirurgo ha terminato l’esecuzione della manovra digito-rettale sulla prostata. A parte questa accortezza, il test non richiede nessuna preparazione.
I trattamenti possono dare effetti secondari sia sulla funzione sessuale, sia quella urinaria. Essere entrati nella terza età (dai 74 anni) non è più un limite che suggerisca alla medicina di fare orecchie da mercante sulla la qualità della vita sessuale del paziente. La sessualità dell’anziano è stata rivalutata negli ultimi anni, da quando la vita media si è allungata e la qualità dell’ultimo tratto di esistenza è migliorata. Lo confermano diverse indagini, ove si dimostra che la maggioranza degli ultrasessantenni ha un’attività sessuale soddisfacente. La prospettiva di perdere del tutto o in parte la sessualità può essere traumatica tanto quanto la diagnosi di tumore. Per fortuna, vi sono nuovi trattamenti che la possono preservare con maggiori chance di successo rispetto a prima. Grazie alla chirurgia robotica, la funzionalità erettile può essere preservata in oltre il 70% dei casi. L’importante è che l’intervento venga eseguito in uno dei centri di eccellenza, con all’attivo almeno cento interventi l’anno. Il paziente che si sottopone sperimenterà un orgasmo senza eiaculazione. Tuttavia, nei pazienti in cui la malattia è a basso rischio, il trattamento viene posticipato fino a quando la malattia non diventa “clinicamente significativa”. Prima di allora ci si limita a controlli frequenti di PSA, esame rettale, e biopsia, che permettono di monitorare l’evoluzione della malattia e di sorvegliare gli eventuali cambiamenti sui quali intervenire. Infine, la campagna della Fondazione Veronesi ricorda che la prevenzione inizia con una corretta informazione. Un messaggio che vale doppiamente per il tumore alla prostata, dove la diagnosi precoce può davvero fare la differenza tra la vita e la morte.