
In Italia, ogni anno circa 54.000 donne ricevono una diagnosi di tumore al seno, la neoplasia più diffusa nella popolazione femminile. Nonostante i progressi scientifici rendano questa patologia sempre più curabile, un dato preoccupante emerge da una recente indagine condotta da Adnkronos in collaborazione con EMG Different: solo un italiano su due è consapevole che seguire con costanza la terapia prescritta può ridurre il rischio di recidive e mortalità. È quanto è emerso nel corso della conferenza stampa che si è tenuta il 3 aprile a Milano dal titolo “The Life Button – il bottone che ti lega alla vita”. Per contrastare il fenomeno dell’abbandono terapeutico, che coinvolge tra il 30% e il 50% delle pazienti, Lilly ha lanciato questa campagna con il patrocinio di Europa Donna Italia, Fondazione IncontraDonna e Salute Donna ODV.
Simbolo dell’iniziativa è un bottone rosa, oggetto quotidiano che diventa metafora potente: un promemoria discreto ma costante per non “perdere il filo” delle cure. Distribuito nei centri oncologici italiani aderenti all’iniziativa, il bottone porta sul retro frasi di incoraggiamento come “Un giorno dopo l’altro” e “Ne vale la pena”, per ricordare l’importanza della continuità terapeutica.
«Negli anni tanto è stato fatto per la prevenzione di questo tumore. Oggi la maggior parte delle donne guarisce in modo definitivo e abbiamo assistito a una riduzione della mortalità del 6 per cento», ha affermato la Prof.ssa Grazia Arpino dell’Università Federico II di Napoli durante la presentazione. «L’aderenza terapeutica ha un ruolo fondamentale per diminuire al minimo il rischio di recidive».
La Dott.ssa Alessandra Fabi, oncologa del Policlinico Gemelli di Roma ha sottolineato come gli effetti collaterali, la stanchezza e lo scoraggiamento spesso inducano le pazienti a interrompere prematuramente le cure, evidenziando l’importanza di un rapporto di fiducia tra medico e paziente.
L’indagine ha anche rivelato che solo il 23% degli italiani si sente davvero informato sul tema dell’aderenza terapeutica, mentre 9 su 10 vorrebbero una comunicazione più ampia al riguardo.
L’abbandono terapeutico rappresenta il lato oscuro di un successo medico: proprio perché il tumore al seno è diventato in molti casi una malattia cronica, la continuità delle cure diventa cruciale. L’età delle pazienti è un fattore significativo: mentre l’età minima tende ad abbassarsi intorno ai 40 anni, con un picco tra i 70 e gli 80, le motivazioni dell’abbandono variano notevolmente.
Chi sono le pazienti ad alto rischio? «Un tempo si pensava che fossero le pazienti con i linfonodi colpiti dalla malattia, o quelle che manifestavano una massa tumorale di grandi dimensioni mentre oggi sappiamo che sono le pazienti colpite dal triplo negativo (TNBC)», spiega la dottoressa Arpino. È una forma aggressiva che rappresenta circa il 10-15% di tutti i casi di cancro al seno. Sua caratteristica, la mancanza di recettori: il TNBC non presenta recettori per gli estrogeni (ER), per il progesterone (PR) e per il fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2). Ciò significa che non risponde alle terapie ormonali e alle terapie mirate contro HER2. Invece, per i tipi HR+/HER2, ovvero il 70% di tutti tumori al seno, «se non c’è aderenza alla terapia, la sopravvivenza è a rischio».
Le donne in età fertile interrompono la terapia ormonale per paura del blocco delle mestruazioni, mentre le pazienti più anziane lo fanno a causa di un indebolimento della memoria. Inoltre, «i fattori di mancata aderenza sono più evidenti nelle ipertese, in coloro che hanno BMI alto, nelle giovani che vanno incontro a problemi di fecondità» chiosa la dottoressa Fabi.
La terapia ormonale o cura adiuvante è fondamentale poiché mira a colpire le cellule cancerogene ancora silenti, quella che i medici chiamano “malattia minima residua”. «Il clinico deve essere il primo a convincersi che il farmaco della terapia adiuvante è un salvavita. La chiave di lettura è la comunicazione, nella quale il ruolo del caregiver è importante. Quindi l’oncologo deve minimizzare gli effetti collaterali proponendo soluzioni, anticipandoli prima che si manifestino. Solo assumendo un atteggiamento proattivo si gioca di sponda contro la malattia», aggiunge Fabi.
«I farmaci sono stati migliorati anche rispetto agli effetti collaterali. Da vent’anni sono scomparsi i sintomi di vomito e i problemi legati alla menopausa sono tenuti a freno grazi a un stile di vita migliore. Inoltre, in base a opinioni condivise con psicologi, gli oncologi suggeriscono di adottare un atteggiamento positivo, abbinando la terapia con qualcosa di piacevole, tipo lo zuccherino che indora la pillola», è il commento di Arpino.
Tra i problemi poco discussi ma rilevanti c’è quello della secchezza vaginale. «Spiegare che la secchezza vaginale (o atrofia) è prima di tutto un sintomo del farmaco. Il clinico deve farsi trovare preparato di fronte ai problemi subentranti come questo che va intaccare la sessualità di una coppia, meglio ancora anticipandoli nella narrazione», sottolinea Fabi, che evidenzia anche un aspetto economico: «Per molti sintomi sono di ostacolo il problema della rimborsabilità dei farmaci. Se un farmaco non è specifico per patologia, Il SSN non lo passa e la paziente, se lo vuole, lo deve pagare di tasca propria. Inutile dire, che non tutte le pazienti sono in grado di affrontare questa spesa».
«Da oltre 50 anni Lilly è impegnata nello sviluppo di farmaci innovativi per le pazienti con tumore al seno», ha dichiarato Federico Villa di Lilly Italia. «Con ‘The Life Button’ vogliamo dare un segnale di vicinanza alle pazienti e a chi sta al loro fianco, fornendo gli strumenti necessari per affrontare il percorso terapeutico con consapevolezza».
La campagna, raccontata attraverso un video emozionale sul sito www.thelifebutton.it, rappresenta un passo importante verso una maggiore consapevolezza dell’importanza di seguire con costanza le terapie prescritte, trasformando un semplice bottone in un potente simbolo di speranza e continuità.