
Una recente ricerca sudafricana evidenzia come l’attività fisica svolta prima della diagnosi di un cancro al primo stadio sia associata a migliori risultati clinici. Lo studio, condotto dal prof. Ntokozo Mabena di Discovery Vitality (un ente privato sudafricano che sviluppa programmi di sostegno sanitario in cui l’analisi dei dati e le indicazioni scientifiche sono combinate insieme per incentivare scelte più sane) e pubblicato sul «British Journal of Sports Medicine», ha analizzato i dati di 28.248 pazienti con cancro al primo stadio, monitorando la loro attività fisica nei 12 mesi precedenti alla diagnosi.
I risultati sono notevoli: i pazienti che praticavano almeno 60 minuti di attività fisica settimanale hanno mostrato una riduzione del 27% del rischio di progressione della malattia e del 47% del rischio di mortalità rispetto ai soggetti inattivi. Anche livelli più modesti di attività fisica hanno prodotto benefici significativi, con una riduzione del rischio di progressione o morte del 16% tra coloro che svolgevano meno di 60 minuti settimanali.
In termini di probabilità di sopravvivenza, il divario è altrettanto rilevante. A 24 mesi dalla diagnosi, gli individui moderatamente o altamente attivi mostravano una probabilità di non-progressione dell’80%, contro il 74% dei soggetti inattivi. Allo stesso modo, la probabilità di sopravvivenza a 24 mesi era del 95% per i più attivi contro il 91% degli inattivi.
Lo studio ha utilizzato dati raccolti attraverso dispositivi fitness, sessioni in palestra registrate e partecipazione a eventi organizzati, categorizzando i partecipanti in tre gruppi: nessuna attività fisica, bassa attività (meno di 60 minuti settimanali) e attività moderata-alta (60 o più minuti settimanali).
Gli autori sottolineano come l’attività fisica possa essere considerata in grado di conferire benefici sostanziali in termini di progressione e mortalità complessiva a coloro che ricevono una diagnosi di cancro, suggerendo che la promozione dell’esercizio fisico possa produrre importanti vantaggi non solo nella prevenzione, ma anche nella gestione della malattia oncologica.
Lo studio presenta alcune limitazioni, tra cui la mancata correzione per fattori confondenti come il fumo e il consumo di alcol, dati incompleti sull’indice di massa corporea e la possibilità che alcuni partecipanti considerati inattivi svolgessero in realtà attività fisica non registrata. Inoltre, poiché i partecipanti avevano accesso ad assicurazioni mediche private, i risultati potrebbero non essere generalizzabili all’intera popolazione sudafricana.
Sempre a proposito di attività fisica, le linee guida raccomandano di fare dai 150 ai 300 minuti settimana di attività aerobica moderata alternandola, a scelta, a sessioni di attività più vigorosa. Tuttavia, come insegna lo studio sudafricano, anche il poco conta. Secondo il filone di ricerca del quale fa fede un altro articolo, apparso di recente sulla portale di «JAMA network», sembra che anche un minuto di attività sia dirimente in termini di prevenzione. L’articolo di «JAMA network» prende in considerazione diverse metanalisi tutte incentrate sull’importanza dell’attività fisica nell’abbassare il rischio di mortalità per tutte le cause e migliorare la prevenzione oncologica per la popolazione che fa attività sportiva.