
Umberto Eco lo aveva capito bene: nella società dell’informazione continua, quando le notizie scarseggiano, si prende una non-notizia, la si confeziona con un titolo allarmante, e poi si dedica l’intero articolo a smentirla. È un vezzo che lui, acuto osservatore della cultura di massa, aveva individuato come sintomo di un giornalismo sempre più orientato al clickbait che alla sostanza.
L’editoriale “Does Marathon Running Increase Colorectal Cancer Risk?” pubblicato su Diseases of the Colon & Rectum (gennaio 2025, Vol. 68, pp. 1-2) di Zuri A. Murrell ne è un esempio paradigmatico. Il titolo pone una domanda inquietante, perfetta per catturare l’attenzione di milioni di runner in tutto il mondo. Ma poi? Poi l’articolo procede sistematicamente a smontare ogni suggestione allarmistica.
La meccanica della non-notizia
Il copione è sempre lo stesso. Si parte da uno spunto apparentemente scientifico – in questo caso, studi che suggeriscono possibili correlazioni tra maratona e problemi intestinali. Si costruisce un’ipotesi suggestiva: e se correre per ore potesse aumentare il rischio di cancro colorettale? Il lettore è agganciato.
E poi inizia lo smontaggio. L’autore stesso riconosce che non ci sono prove solide di questa correlazione. Anzi, ammette che l’esercizio fisico regolare è generalmente protettivo contro il cancro colorettale. Le “suggestioni” vengono liquidate una dopo l’altra: il trauma meccanico intestinale da corsa prolungata? Insufficiente. L’ischemia intestinale durante lo sforzo estremo? Non dimostrata come fattore cancerogeno. La disidratazione e i disturbi gastrointestinali del corridore? Fenomeni transitori senza legame provato con il cancro.
Il rifugio nella genericità
A questo punto, avendo demolito la propria premessa, l’articolo si rifugia in una conclusione generica e inattaccabile: comunque bisogna “stare in guardia” perché il cancro colorettale è in aumento. Una banalità che avrebbe potuto essere il punto di partenza, non di arrivo. Ma così si perde l’effetto sensazionalistico del titolo interrogativo.
È interessante notare come l’aumento dell’incidenza venga presentato come dato allarmante, quando probabilmente riflette semplicemente migliori capacità diagnostiche e programmi di screening più diffusi. Più cerchiamo, più troviamo – non necessariamente perché la malattia sia più aggressiva, ma perché siamo più bravi a individuarla.
Il prezzo del sensazionalismo ciclico
Questo schema narrativo – allarme seguito da ridimensionamento – ha conseguenze concrete. In primo luogo, erode la fiducia del pubblico nell’informazione scientifica. Il lettore che ha letto solo il titolo resta con un’ansia infondata. Chi legge tutto l’articolo si sente preso in giro. In entrambi i casi, la credibilità del giornalismo medico-scientifico ne esce danneggiata.
In secondo luogo, questo approccio contribuisce a quella che potremmo chiamare “l’inflazione dell’allarme”. Quando tutto è presentato come potenzialmente pericoloso per poi essere ridimensionato, il pubblico sviluppa una sorta di immunità ai veri allarmi. È la favola del lupo: a forza di gridare al pericolo per poi dire “ma forse no”, quando arriva un rischio reale nessuno ci crede più.
Il dovere della chiarezza
Il giornalismo scientifico – e a maggior ragione quello medico – ha una responsabilità particolare: deve informare senza terrorizzare, deve incuriosire senza manipolare. Se non ci sono evidenze solide che la maratona aumenti il rischio di cancro colorettale, il titolo dovrebbe riflettere questa realtà, non mascherarla dietro un punto interrogativo che è solo un alibi retorico.
Eco ci aveva avvertito: nella società dello spettacolo, anche l’informazione deve diventare spettacolare per esistere. Ma forse è arrivato il momento di chiedersi se questo prezzo – la trasformazione di ogni contenuto in una montagna russa emotiva di allarme e rassicurazione – non sia troppo alto.
L’informazione di qualità non ha bisogno di spaventare per poi consolare. Ha solo bisogno di dire la verità, anche quando la verità è che non c’è niente di particolarmente eccitante da dire.