
Limitare il consumo di vino, birra, alcolici riduce il rischio di ammalarsi di molte malattie croniche; se il focus è la prevenzione oncologica, non bere affatto diventa la scelta migliore (Codice EU lotta al cancro). Una scelta drastica, questa raccomandata dagli oncologi europei, forse non proprio semplicissima da attuare. Il bicchier di vino a pasto per molti di noi sarebbe una rinuncia faticosa, trattandosi di un’abitudine a dir poco consolidata. Ma anche una rinuncia vagamente insensata, se paragonata a tutti gli altri fattori che concorrono alle malattie di cui sopra, contro i quali non abbiamo neppure la buona volontà da opporre. Basti pensare all’aria che respiriamo nelle città. Dunque, con alcolici vino e birra la moderazione sarebbe già un successo, peccato però che i consumatori di alcolici siano perennemente in lotta con un’idea di modica quantità che tende a sfuggire di mano in molte, troppe occasioni. Fenomeni come il binge drinking, ovvero gli eccessi di alcolici consumati nel fine settimana, stanno diventando qualcosa di preoccupante, specie fra le giovani generazioni. Sarà per questo che epidemiologi ed oncologi caldeggiano interventi riparatori contro le forme di alcolismo più o meno consapevoli e più o meno dichiarate. D’altra parte è meglio un approccio pratico che ideologico, anche perché il rischio di ricaduta fra chi beve è sempre piuttosto alto. Uno degli approcci ancora in fase sperimentale ma già promettente è quello che ricorre alle sostanze psichedeliche. Uno studio controllato e randomizzato ha valutato l’efficacia della psilocibina, forse la più nota sostanza psichedelica che stimola la serotonina, un ormone responsabile del benessere e dell’’equilibrio psichico dell’individuo. Questo studio, pubblicato su «JAMA Psychiatry» nel 2022, ha incluso 95 alcolisti, metà dei quali (49) sono stati trattati con psilocibina e il resto (46) con placebo. Così, dopo solo due sessioni di psilocibina, si è verificata una riduzione significativa del numero di giorni di consumo alcolico eccessivo, pari alla metà di quello osservato nel gruppo di controllo.
Uno dei limiti di queste terapie a base di psilocibina è che la sostanza, nelle sue varie declinazioni, è ancora poco conosciuta fra i medici e spesso chi afferma di saperne, in realtà tende a perpetuare i pregiudizi più retrivi. Gli stessi che la psilocibina, LSD e MDMA si portano dietro dagli anni Settanta, quando furono vietati per ragioni politiche. L’LSD, ovvero la componente sintetica della psilocibina, è la droga della rivolta studentesca, la sostanza che negli USA, Paese che per primo la ritira dal mercato farmaceutico e mette al bando, i giovani consumano durante le proteste contro la guerra del Vietnam.
In Francia hanno chiesto ai medici di rispondere a un questionario volto a comprendere le loro reali conoscenze delle sostanze psichedeliche. Dalle 407 risposte pervenute, è emerso che la metà degli intervistati ritiene che dette sostanze non abbiano alcun potere curativo. Per tre medici su cinque sono pericolose. Poco più della metà è convinto che il loro uso si associ a un grave rischio di aggressione rivolta contro sé stessi e gli altri. Il famoso “bad trip” contro il quale si stigmatizza fin dagli anni Settanta pur di limitare l’uso della sostanza.
Allo stesso modo, la metà degli intervistati ritiene che il rischio di dipendenza sia molto elevato e che esista il pericolo di sviluppare disturbi psichiatrici concomitanti, mentre come sappiamo, se c’è un dato sul quale i ricercatori concordano, è che le sostanze cosiddette psichedeliche non creano dipendenza a livello fisiologico, non innescano alcuna forma di dipendenza né psichica né fisica, e neppure costituiscono un pericolo incombente per la psiche. O per lo meno, niente di diverso da quello sotteso ad altre sostanze il cui principio attivo, non essendo l’acqua fresca, può innescare effetti collaterali, ma niente di ciò che si insinua dalla fine degli anni Settanta. In generale, gli psichedelici sono ben tollerati dai pazienti, fatta eccezione per chi ha problemi cardiaci, nei quali il rischio di peggioramento delle condizioni del cuore è reale. I cardiopatici è meglio che si astengano dallo sperimentarli. In ogni caso, la somministrazione, se fatta in maniera corretta, non deve prescindere da una sorveglianza medica attiva.