
Darwin ha dimostrato che la vita sulla terra è governata da tre grandi leggi: ereditarietà, mutazione e selezione naturale. La selezione naturale è ciò che stabilisce la sopravvivenza delle specie più forti e meglio attrezzate. Non suonerà strano, allora, se anche il tumore cerca di affermare la propria esistenza facendosi largo all’interno e a discapito dei tessuti sani. Per vivere e proliferare il tumore deve rendersi impermeabile, fra le altre cose, all’azione del sistema immunitario. Di contro il sistema immunitario si è evoluto per riconoscere le nuove minacce come, appunto, le cellule tumorali, ed eliminarle. In questa lotta per la sopravvivenza il tumore ha un nemico giurato: la scienza. Attraverso di essa, i ricercatori cercano di allenare il sistema immunitario alla tecnica migliore per riconoscere e neutralizzare il temuto avversario. Questa tecnica oggi ha un nome, si chiama immunoterapia. I tumori con il più alto tipo di mutazioni sono quelli che il sistema immunitario riesce più facilmente a decodificare e neutralizzare. Uno di questi è il tumore del polmone. Per alcuni tipi di tumore del polmone, l’immunoterapia è in grado di attivare gli anticorpi della risposta immunitaria e riacciuffare così le cellule tumorali per neutralizzarle.
Nel fare il punto sui mezzi di contrasto del tumore del polmone, uno studio appena pubblicato su una rivista della galassia «Nature» ricorda che una particolare tecnica di immunoterapia (Checkpoint Blockade Immunoterapy) si sta dimostrando particolarmente efficace per la remissione del tumore del polmone cosiddetto a piccole cellule, che da solo rappresenta il 15% di tutti i tumori polmonari e che sembra più che altro svilupparsi dalle sostanze cancerogene presenti nel tabacco. Nel caso specifico, la particolare tecnica di immunoterapia è in grado di bloccare le proteine ricorrendo a degli anticorpi che ripristinano l’attività dei linfociti T dai quali dipende la risposta immunitaria che sconfigge il tumore, in taluni casi fino alla remissione completa.
Il tumore polmonare a piccole cellule si differenza da quello non a piccole cellule. Quest’ultimo è il più frequente, giacché quasi l’85 per cento delle neoplasie polmonari di nuova diagnosi sono del secondo tipo. Entrambe le tipologie hanno sede nell’epitelio di rivestimento delle sacche polmonari. Il carcinoma non a piccole cellule si divide a sua volta in tre sottotipi: il carcinoma a cellule squamose, l’adenocarcinoma e il carcinoma a grandi cellule. L’adenocarcinoma polmonare è, al momento, il tipo più frequente, essendo la forma maggiormente diagnosticata anche nei soggetti non fumatori, che rappresentano circa il 20% di tutti i pazienti affetti da questa malattia. Ma se non è il fumo, che cos’è che provoca il tumore del polmone? Sono noti altri fattori di rischio, che vanno dall’esposizione a sostanze inquinanti sui luoghi di lavoro all’inquinamento ambientale: le polveri sottili che si formano per effetto della combustione dei fossili: riscaldamento abitativo, tubi di scappamento di macchine e camion che funzionano a benzina e a diesel ecc. Tuttavia, le evidenze che correlano questi fattori di rischio con l’adenocarcinoma sono piuttosto deboli, tant’è che i ricercatori in questi casi preferiscono parlare di fattori genetici. In taluni soggetti il cancro al polmone si sviluppa per effetto di fattori genetici in larga parte ancora sconosciuti. Ecco perché per i non pochi soggetti che si ammalano di adenocarcinoma, il più imprevedibile di tutti i tumori perché non connesso al vizio del fumo, i ricercatori raccomandano la diagnosi precoce. Solo un controllo preventivo, che scatta in presenza dei classici sintomi (tosse persistente, raucedine, respiro corto, presenza di sangue nell’espettorato e perdita di peso improvvisa, non riconducibile ad alcuna dieta) è possibile intervenire con successo contro questo altrimenti silente tipo di tumore ed evitare che il quadro clinico si complichi con l’innervazione del processo metastatico.
In generale, il cancro al polmone è una delle principali cause di decesso per malattia. Nel mondo ogni anno muoiono 1,6 milioni di persone per questa forma tumorale, dalla quale si sopravvive in media non più di 5 anni dal momento della diagnosi. Il tumore del polmone si può formare anche come forma secondaria a un altro tipo di tumore, sia durante sia dopo che il tumore primitivo venga trattato.
Ma tornando allo studio pubblicato su «Nature», l’immunoterapia ha permesso un importante cambio di rotta nella prognosi del tumore a piccole cellule. Prima di questa metodica, il tumore del polmone a piccole cellule era considerato un vero spauracchio, avendo capacità riproduttive e metastatiche molto alte e, di conseguenza, una prognosi mediamente infausta. La sfida di oggi è trasferire il successo della terapia immunologica dai piccoli gruppi ai grandi di gruppi di pazienti, per offrire al maggior numero di soggetti possibile l’opportunità di una remissione della malattia quando non della completa guarigione. A tale scopo è necessario che la diagnostica molecolare, necessaria per la calibrazione delle cure di immunoterapia, diventi la prassi in tutti i reparti di oncologia e non solo negli istituti di eccellenza com’è, invece, ancora oggi in Italia.