
Decenni fa lo IARC di Lione classificava l’alcol come un cancerogeno del Gruppo 1, la categoria più alta, insieme alle radiazioni, al tabacco e all’amianto. Eppure, la consapevolezza che l’alcol è la causa per diversi tipi di cancro (seno, prostata, esofago, colon-retto, laringe, orofaringe e fegato) è rimasta molto bassa in tutto il mondo. Da precisare che, d’accordo con la letteratura sull’argomento, fino ai 29 anni, non sono valutabili gli effetti dell’alcol in termini di mortalità sui tumori. Il cancro è il classico esempio di malattia cronica per la quale è indispensabile un tempo di latenza maggiore, venti o trent’anni almeno, prima che si sviluppi. Ciò nonostante, il rischio di andare incontro a un tumore aumenta con l’aumentare della quantità di bevande alcoliche che si consumano. Anche questo dato sembra ignorato dai più. Tant’è che molti non ne sanno niente.
In un opuscolo curato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) viene altresì precisato che l’alcol è il terzo fattore di rischio più importante per malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione, più rilevante dell’ipercolesterolemia e del sovrappeso. Oltre ad essere una sostanza in grado di indurre dipendenza ed essere causa di circa 60 differenti condizioni di malattia ed infortunio, l’alcol è responsabile di diffusi danni sociali, mentali, emotivi, compresi la criminalità e la violenza in ambito familiare, che causano enormi costi sociali. L’alcol non danneggia solo chi lo consuma ma anche chi sta intorno. Fra gli obiettivi designati spiccano il feto, i figli, i familiari, le vittime della criminalità, della violenza e degli incidenti stradali.
Il National Institute of Alcohol Abuse and Alcohlism definisce il “bere pesante” cinque o più drink al giorno, o 15 o più a settimana per un uomo. La soglia è più bassa per la donna, a causa della sua complessione ridotta rispetto all’uomo. Si stima che 4 drink o più drink al giorno, o otto o più a settimana, per la donna siano già la dose massima. Eppure di fronte a questi dati la gente si mostra incredula. Li considera esagerati, quanto meno pensa che il problema non li riguardi mai direttamente. Invece se messa alla strette, quando il contesto è medicale, preferisce scantonare il problema mentendo.
In un recente sondaggio condotto per conto di Medscape, è successo che, tra gli oftalmologi ed oculisti americani interpellati, molti sono stati insinceri su almeno due problematiche della loro vita privata, a detta dello psichiatra che ha ideato e condotto la survey. Avrebbero ingigantito la propria felicità coniugale dichiarandosi soddisfatti della famiglia che si sono creati. Peccato che la loro controparte non abbia risposto in maniera complementare. Alla domanda se erano personalmente soddisfatte/i del proprio ruolo nel matrimonio, moglie e mariti di oculisti hanno messo in crisi le certezze dei loro partner, che avevano risposto sì nel 90% dei casi. Il dato opposto non viene tradotto in percentuali ma considerato una conseguenza logica per quando si fanno domande troppo intime ai medici. Il perché di questa reazione insincera dei camici bianchi non viene spiegata, se non tirando in ballo il solito burnout, ovvero l’affaticamento professionale per lo sforzo continuo di gestione della burocrazia, dei mille impegni e della sofferenza dei pazienti. Ancora più candidi gli oculisti sono sembrati rispetto al consumo di alcolici. Il 36% degli intervistati ha dichiarato di bere meno di 1 drink a settimana, il 17% di non bere affatto, il 21% di bere 1 massimo 2 drink a settimana e solo il 10% di bere 7 o più drink a settimana, mentre 3-4 drink il 12% e 5-6 il 4%. Indipendentemente da quale sia la verità su questo punto, vale la pena ricordare che la riduzione del consumo di alcol migliora la salute. Secondo l’opuscolo già citato dell’ISS, la riduzione o l’interruzione totale del consumo di alcol apporta benefici concreti. Buona parte dei rischi acuti risultano completamente reversibili con la sospensione del consumo di alcol. Persino tra le disfunzioni croniche, come la cirrosi epatica e la depressione, la riduzione o l’interruzione totale del consumo di alcol è associata a un rapido miglioramento della salute.
Per i medici intervistati – non ce ne vogliano – e per tutti coloro che dovessero riconoscersi nelle debolezze di cui sopra, il motto latino del “medice cura te ipsum” sembra perfetto per un commento finale. Lo adottiamo anche noi, ma in versione autoreferenziale, se fossimo sembrati troppo moralistici nel discorrere.