
Secondo uno studio inglese fresco di stampa, ritardare di sei mesi i trattamenti di procreazione medica assistita (PMA) comporta significative probabilità in meno a ottenere una gravidanza. A inquadrare il problema in questo modo è il professor Antonio La Marca, specialista in ginecologia ed ostetricia e coordinatore clinico dell’istituto Eugin di Modena, un centro privato, specializzato in procreazione assistita, con cliniche in diversi paesi europei. Neanche a dirlo, il ritardo di cui parla La Marca è quello causato dal covid. Si stima che l’attività di questi centri, impegnati sia nella criopreservazione dei gameti maschili e femminili, sia nelle tecniche di PMA, abbiano ridotto le prestazioni di un buon 30%. «Per molti mesi, all’inizio della pandemia, i tamponi erano sotto controllo esclusivo governativo o dei servizi sanitari nazionali in ciascuno dei paesi europei, rendendo particolarmente difficoltosa l’esecuzione del tampone da parte dei medici delle cliniche di PMA, soprattutto per quelle private, collocate al di fuori degli ospedali pubblici». Ovvio che senza tampone tutto si è fermato, o quanto meno molto rallentato. «I trattamenti di PMA non effettuati nei mesi di marzo, aprile maggio 2020 in Italia, condurranno a circa 4500 nascite in meno. Un dato, questo, che potremo misurare più compiutamente nei prossimi mesi», commenta il professor La Marca.
A beneficio di chi non lo sapesse, ricordiamo che la tecnica di crioconservazione dei gameti, indispensabili per la PMA, non riguarda soltanto le coppie che non riescono ad avere figli in modo naturale. Essa, infatti, viene proposta di prassi al malato oncologico in età fertile, a cominciare dalla pubertà. Il rischio di non riuscire ad avere figli in conseguenza di un tumore è un rischio reale. I pazienti più esposti a rischio di infertilità sono i trattati con radioterapia pelvica per curare sarcomi e linfomi che interessano l’apparato genitale maschile e femminile. Ma non solo. Il trapianto di midollo è il trattamento che espone a rischio maggiore di infertilità futura, mentre la chemio e radioterapia espongono a rischio elevato.
Ecco perché è possibile preservare la fertilità dei malati oncologici fin dall’adolescenza grazie alle tecniche di criopreservazione. Il che è valido tanto per i ragazzi, dei quali viene raccolto il seme, sia per le ragazze, alle quali si conservano gli ovociti e parte del tessuto ovarico. Crioconservare significa congelare in azoto liquido del materiale biologico per poterlo utilizzare in un secondo momento. Oggi le tecniche di procreazione assistita consentono di crioconservare embrioni, ovociti e spermatozoi.
E ancora, a inizio della pandemia, gli effetti del virus del Covid-19 sulla salute riproduttiva erano sconosciuti. Gli studi effettuati in questi mesi hanno fatto chiarezza sulle possibili ripercussioni sull’apparato riproduttivo e sulla sua trasmissibilità per via sessuale. «Per quanto riguarda l’uomo – ricorda il professor La Marca – non è stata rilevata la presenza del virus nella sua forma infettiva nel liquido seminale, suggerendo dunque l’assenza di trasmissione virale sia durante il contatto sessuale, sia in caso di trattamenti di PMA». Il sospetto invece è che il virus possa essere in grado di infettare gli organi riproduttivi maschili a livello di testicoli ed epididimo, pertanto chi ha contratto il virus viene invitato a partecipare a un follow-up della funzione endocrinologica e riproduttiva negli anni a seguire.
Per quanto riguarda le donne, il rischio d’infezione dell’apparato riproduttivo esiste «ma uno studio condotto dalla clinica Eugin e pubblicato su “Human Reproduction” su due pazienti risultate positive il giorno del prelievo degli ovociti, ha evidenziato la totale assenza del virus nei gameti», chiosa La Marca. E per quanto riguarda la trasmissione in linea verticale, cioè per via ereditaria? Stando a quanto finora espresso in sede di ricerca scientifica, sembrerebbe che la cosiddetta trasmissione verticale del virus sia da considerarsi un evento più unico che raro, e per questa ragione non dovrebbe costituire un problema.
Fortunatamente da maggio 2020, quando la prima ondata covid si è conclusa, hanno cominciato a circolare più tamponi per tutti. Parallelamente, si è creata una disponibilità capillare dei test rapidi di sicura efficacia, perché validati dagli enti preposti come l’AIFA per l’Italia. Grazie agli uni e agli altri – ai tamponi molecolari e ai test antigenici – i centri di crioconservazione e di PMA hanno ripreso il lavoro a ritmi quasi uguali a quelli di pre-pandemia. Anche all’interno di questi Centri si opera in regime di triage e si seguono le linee guida ESHRE e ASRM per l’accesso alle prestazioni in totale sicurezza. Il che ha comportato una riduzione all’essenziale degli esami in presenza e un ricorso sempre più massiccio ai presidi della telemedicina. Data la buona resa di questo tipo di approccio, da più parti si auspica che le soluzioni trovate in tempo d’emergenza diventino la prassi anche dopo, quando, ci si augura, che nei centri di PMA, così come in tutti gli altri ospedali e istituti di ricovero e cura, il Covid-19 cesserà di essere un pericolo reale per i pazienti.