Il cancro nei giovani

Il cancro tende a manifestarsi più precocemente che in passato. Nel senso che i dati disponibili suggeriscono che l’incidenza del cancro ad esordio precoce (EOC) cioè nelle persone con meno di 50 anni  è aumentata del 79,1% dai primi anni 90 ad oggi. I tumori del colon-retto ad esordio precoce, ad esempio, hanno iniziato ad aumentare negli anni ’90. Una tematica che non poteva non attirare l’attenzione degli oncologici durante una sessione di conferenze alla riunione annuale della Società europea per l’oncologia medica (ESMO) 2024.

In particolare, molti di questi tumori che colpiscono persone con meno di 50 anni sono a carico del tratto gastrointestinale e sono legati all’obesità. Un fattore che evidenzia l’importanza di conoscere ciò che accade a carico dell’intestino. È il microbioma intestinale connesso alla dieta l’osservato speciale.

Come spiegare un tempo di incubazione di appena 40 anni? Il dopoguerra è stato un momento di forti cambiamenti sociali. A partire dagli anni 50 è cambiato lo stile di vita e si sono modificati i costumi. I bambini nati in quegli anni sono stati i primi ad essere soggetti fin dall’infanzia a fattori di rischio connessi a una dieta ricca di grassi e di zuccheri aggiunti, pertanto i primi a manifestare un eccesso di peso complice anche un maggior tasso di sedentarietà.

Dato che l’attenzione ai fattori di rischio e allo stile di vita è molto importante fin dall’infanzia, è realistico pensare che se le cellule del corpo subiscono più danni, è normale che il cancro si manifesti in anticipo cronologicamente parlando. Ecco perché oggi si pensa di tesaurizzare di più e meglio i dati delle coorti pediatriche. Si tratta di dati che, nella migliore delle ipotesi, includono campioni biologici e informazioni genetiche che conservano traccia dei fattori di rischio intervenuti durante l’infanzia. Un esempio dei più citati a questo proposito sono gli studi di coorte per nascita britannici: il primo, noto come National Survey of Health and Development, è iniziato nel 1946. Il che sarebbe un approccio rivoluzionario. Infatti, come hanno ricordato all’ESMA, i database pediatrici non sono attualmente utilizzati per studiare le malattie nell’età adulta. Il che si traduce in una perdita di dati preziosi. Inoltre, volendo capire se questi tumori siano legati più all’ambiente che alla genetica, vale la pena ricordare che anche i geni si espongono all’usura dell’ambiente e del tempo che passa, pertanto è importante collegare entrambi gli aspetti per una prevenzione più mirata. Va poi ricordato che molte delle diagnosi precoci sono il frutto di massicci screening. Viviamo nell’era degli screening oncologici e dei farmaci antiobesità. Ripensare le strategie di prevenzione, tipo se anticipare ulteriormente certi  screening e se considerare più precocemente la prevenzione farmacologica, è oggetto di continuo confronto fra gli oncologi. Vi è chi ritiene che un approccio ancora più precoce sia prematuro, in quanto per ora non sembra ragionevole pensare a cambiamenti nei percorsi di screening che comportano l’abbassamento dell’età di inizio perché un tale cambiamento non sembra ancora supportato da sufficienti prove a beneficio. Così come si pensa che sia ancora prematuro impegnarsi nell’uso di farmaci antiobesità per la prevenzione, superando le indicazioni per le quali questi farmaci sono stati approvati. A tacer d’altro, se prevale un approccio estremamente farmacologico al problema, si rischia di far passare nell’opinione pubblica il concetto che la lotta contro il sovrappeso e l’obesità sia solo una questione farmacologica, negando di fatto tutto il bagaglio di sapere e il mondo di buone pratiche e di buone abitudini sociali connesse ai corretti stili di vita.

E forse anche la lotta contro le dipendenze ad ampio spettro, visto che i farmaci antiobesità di ultima generazione (quelli che propongono la captazione del GLP-1: un ormone prodotto dall’intestino che stimola la secrezione di insulina e inibisce la secrezione di glucagone da parte del pancreas) si stanno dimostrando efficaci anche nella lotta al bisogno compulsivo verso altre sostanze, tra le quali gli alcolici. Si tratta di farmaci in predicato di essere efficaci al punto da promettere “una rivoluzione in medicina”, come appare da un recente articolo apparso su «Nature»? In questo caso, tutte le buone pratiche connesse allo stile di vita passerebbero in secondo piano, ma siamo sicuri che la stessa sorte toccherebbe anche ai rischi connessi?