
Stando alla recente intervista apparsa sul canale YouTube “Argomenti brillanti” a cura di Federica Prandi, la carriera di Maurizio Scaltriti, Vice President della medicina translazionale di AstraZeneca, inizia con una scelta insolita: veterinaria prima, poi un dottorato in biologia molecolare. Scaltriti racconta che da bambino mescolava le cose che trovava in bagno, nel negozio di suo padre, perché voleva sempre capire come funzionavano le interazioni fra le sostanze, andare nel più piccolo, descrivendo quella curiosità che l’ha guidato fino ai vertici della ricerca internazionale.
Un’esperienza personale ha segnato il suo percorso
Durante gli anni universitari, sua madre si ammala di cancro al seno. Spiega con onestà che non crede che questo l’abbia stimolato a scegliere questa strada, perché l’aveva già in mente, ma che gli ha permesso di vedere la realtà clinica dei malati oncologici prima di lavorare sulle terapie sperimentali, ottenendo un contatto con la realtà più anticipato. Oggi sua madre è tra le tante pazienti guarite, testimonianza vivente dei progressi della ricerca.
Il salto decisivo arriva con l’esperienza al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Ricorda che erano anni in cui tutto sembrava possibile e che era il punto di riferimento per tutti gli studi di fase 1 di uno degli ospedali più rinomati al mondo. Ma il successo ha richiesto sacrifici: quasi 25 anni lontano da casa, con il peso di un senso di colpa verso la famiglia che lo accompagna per molto tempo.
Le intuizioni che salvano vite
Scaltriti ha contribuito a scoprire meccanismi molecolari cruciali per la cura del cancro alla mammella e al polmone. Una delle sue intuizioni più significative è nata dall’autopsia di una paziente che donò il suo corpo alla scienza: spiega che hanno capito un meccanismo di resistenza che oggi permette di evitare cure inutili alle pazienti.
“Non se, ma quando”: un messaggio di speranza basato sui dati
Il titolo del suo libro divulgativo, pubblicato nel 2024, racchiude la sua filosofia: Afferma che non è un se possiamo sconfiggere il cancro, ma un quando, e che questo è un ottimismo dettato dai dati. I numeri gli danno ragione: la sopravvivenza a 5 anni è passata dal 50% di trent’anni fa al 70% attuale. Sottolinea che molti tumori sono oggi curabili: mammella, testicolo, molti polmoni precoci, leucemie.
Le cure di domani sono già qui
Lo scienziato spiega che le cure future saranno sempre più specifiche e tollerabili, non più un mitra che colpisce tutto, ma una freccia mirata solo al bersaglio. L’intelligenza artificiale giocherà un ruolo fondamentale. Evidenzia che già oggi riescono a fare in settimane quello che due anni fa richiedeva mesi.
La quotidianità di chi lotta contro il tempo
Dietro la figura dello “scienziato di fama internazionale” c’è una routine fatta di sveglie alle 5:30, meeting continui con team in tre continenti, aeroporti e convegni. Racconta con ironia che poco tempo fa era a 200 metri dagli scavi di Pompei e non li ha visti perché doveva lavorare. Ma la motivazione è forte: fino a quando qualcuno morirà di cancro, il suo lavoro non sarà compiuto.
Sul rapporto con i pazienti ammette che a volte fa quello che non dovrebbe, cioè si affeziona troppo, ma che gli piace vedere che riesce ad alleviare la sofferenza di qualcuno.
Consigli pratici e falsi miti
Scaltriti sfata alcuni miti: afferma che non ci si ammala per un dispiacere o per i vaccini e che anzi esistono vaccini che prevengono il cancro. Invita tutti a fare gli screening di routine e a vaccinare i figli contro il papillomavirus. Segnali da non ignorare: sangue scuro nelle feci, calo di peso rapido, febbricola persistente.
Un ultimo messaggio ai caregiver, figure troppo spesso dimenticate: sottolinea che sono importantissimi e fanno la differenza, che dobbiamo occuparci anche di loro, aiutarli e a volte invitarli a essere più egoisti.