
Lo ammetto: quando mi è capitato sotto agli occhi il titolo dello studio dell’Università di Harvard — “Eiaculare almeno 21 volte al mese riduce il rischio di cancro alla prostata” — la mia prima reazione non è stata scientifica. È stata quella di un uomo di mezza età che pensa: finalmente una buona notizia.
Perché la letteratura medica ci ha abituato a un registro diverso. Di solito arriva qualcuno in camice bianco a dirci di mangiare meno, bere meno, muoverci di più. Un catalogo infinito di rinunce confezionate come consigli. Stavolta, invece, 32 mila uomini seguiti per 18 anni hanno prodotto un dato che si riassume così: fare sesso (o l’equivalente domestico) fa bene alla prostata. Pubblicato su European Urology, che è una rivista seria, non un blog di lifestyle maschile.
Il meccanismo ipotizzato è elegantemente banale: la prostata accumula fluidi che, se restano lì a “marinare’, potrebbero diventare problematici. Eiaculare funzionerebbe un po’ come svuotare regolarmente il cassetto del freezer. Nessuno vuole sapere cosa c’è dentro dopo tre anni di immobilismo.
Da opinionista — non da medico, sia chiaro — trovo però irresistibile un dettaglio sociologico: gli uomini con almeno 21 eiaculazioni mensili nella fascia 40-49 anni avevano una probabilità significativamente più alta di essere divorziati rispetto ai colleghi meno prolifici. Il dato che dovrebbe rassicurare gli uomini sposati finisce per suggerire che la solitudine, almeno su questo fronte, ha i suoi vantaggi pratici. Nessuno ha detto che la scienza sia romantica.
“Sarebbe emozionante poter dire agli uomini che c’è un modo per modificare il loro rischio”, ha dichiarato la ricercatrice Jennifer Rider di Harvard, con un understatement degno di un funzionario britannico. Emozionante è probabilmente il termine più contenuto che si potesse usare per descrivere la reazione del target demografico di riferimento.
Ricapitolando: eiaculare spesso sembra fare bene alla prostata, la masturbazione conta quanto i rapporti sessuali, e i ricercatori di Harvard ci chiedono prudentemente di attendere ulteriori conferme. Nel frattempo, immagino che molti lettori stiano già usando questo articolo come una prescrizione medica. Non lo è. Ma se vi sentite in colpa per qualcosa, almeno ora avete una nota a piè di pagina accademica con cui difendervi.