
Meglio fare il vaccino prima di iniziare le cure antitumorali, ma se queste sono già avviate, il vaccino va fatto lo stesso. Nessuna controindicazione. È questa – a parere degli esperti – la prima delle raccomandazioni da seguire per la campagna vaccinale anti-Covid nei pazienti oncologici. Una campagna che all’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano è iniziata lo scorso 25 marzo. Da allora, all’INT come nel resto d’Italia, il programma vaccinale procede in modo spedito per completare il ciclo delle prime somministrazioni e proseguire con il richiamo della seconda dose. «La priorità è vaccinare i nostri 5 mila pazienti in tempi rapidi e ci stiamo riuscendo, con una media di 120-150 al giorno – ha dichiarato a inizio della campagna di vaccinazione Filippo de Braud, Direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica ed Ematologia dell’INT – Nella scelta, ci siamo basati sulle raccomandazioni del Ministero della Salute e abbiamo tenuto conto delle considerazioni espresse in merito dai più importanti Centri internazionali».
D’altro canto, si stima che il livello di efficacia e sicurezza dei vaccini sia simile nei malati di cancro e nella popolazione sana. Nei prossimi mesi, con l’estensione della vaccinazione ai malati di cancro in tutto il mondo, si potrà avere la conferma di questa ipotesi, al vaglio anche dei ricercatori italiani.
«Gli studi che hanno portato all’autorizzazione dei diversi vaccini non hanno inserito popolazioni di pazienti oncologici – è il parere di Giovanni Apolone, Direttore Scientifico INT – Per questo, sta per prendere il via un ampio studio che coinvolge i 12 IRCCS italiani, tra cui l’Istituto Spallanzani di Roma con il supporto del Ministero della Salute, che ha come obiettivo proprio quello di valutare le risposte immunologica, anticorpale e cellulare non solo dei malati oncologici, ma di alcune altre categorie di pazienti fragili, come i pazienti con malattie immunologiche e neurologiche ad esempio. INT è uno dei tre Centri capofila di questa ricerca, insieme all’Istituto Humanitas di Milano e all’IRCCS di Reggio Emilia. In parallelo, abbiamo attivato come INT due ulteriori studi paralleli, sempre con l’obiettivo di monitorare le risposte anticorpali nei nostri malati vaccinati».
Anche perché non vaccinarsi non è affatto una buona idea. I dati ottenuti dal registro “Covid-19 and Cancer Consortium” (CCC19) e da altri studi mostrano percentuali di mortalità tra i malati oncologici colpiti dal virus che variano dal 5 al 61%, con una media del 26%, secondo una metanalisi), molto più alta di quella che si rileva nella popolazione generale (stimata al 2-3%), sottolineano i ricercatori dell’AIRC in un vademecum pro vaccino che compare sul loro sito.
Altro quesito aperto è se tra i diversi tipi di vaccino disponibili, ne esiste uno da consigliare ai pazienti oncologici? Sono in corso studi per verificare se alcuni vaccini possano offrire una protezione migliore di altri per specifiche categorie di persone.
Secondo le indicazioni dell’AIRC, al momento non c’è una risposta certa a questa domanda. Tutti i vaccini si sono dimostrati efficaci, ma i vaccini a mRNA (Pfizer e Moderna) sono da preferire per i pazienti con un sistema immunitario compromesso o in chemioterapia, perché considerati particolarmente efficaci e sicuri.
Dunque, i 400 mila pazienti oncologici presenti in Italia vengono vaccinati con priorità. Il motivo? Possono avere un sistema immunitario compromesso dalla malattia (nel caso delle forme ematologiche) o dalle cure (in caso di pazienti in chemioterapia). «In questo caso, oltre ai pazienti, la normativa prevede che vengano vaccinati anche i conviventi e i caregiver – precisano le note dell’AIRC – per ridurre ulteriormente il rischio di contagio, poiché i vaccini possono essere meno efficaci della media in persone che hanno difese immunitarie ridotte. Questa definizione esclude dalle categorie dei fragili i “survivor”, ovvero coloro che non sono più in terapia da diversi mesi e il cui sistema immunitario ha ripreso a funzionare, anche se non sono trascorsi cinque anni dalla fine delle cure (termine che generalmente viene considerato necessario per dichiarare un paziente oncologico completamente guarito)». Un scelta che, a quanto pare, deriva da studi che dimostrano come il rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19 è, nella maggior parte delle persone che hanno ricevuto una diagnosi di cancro, assimilabile a quello dei coetanei sani.
Chi ha ricevuto una diagnosi di cancro da più tempo o ha già interrotto le cure potrebbe rispondere bene anche al vaccino Oxford-AstraZeneca e Johnson & Johnson. Entrambi si basano sui vettori virali modificati, terreno di coltura dei geni del coronavirus che producono l’antigene utile al sistema immunitario per neutralizzare il virus. Invece, sono sconsigliati i vaccini a virus attenuato, che al momento comunque non sono stati approvati per l’uso in Europa. E lo sono, sconsigliati, per il paziente oncologico come per gli altri pazienti “fragili”.