La leucemia che si cura senza chemio

Ogni anno in Italia circa 1200 persone ricevono una diagnosi di leucemia linfatica cronica (LLC), il tipo più comune di tumore ematologico. Nei paesi occidentali e segnatamente nella UE, la LLC rappresenta circa un terzo delle nuove diagnosi di leucemia. Si tratta di una malattia a crescita lenta, a causa della quale viene rilevato un numero eccessivo di linfociti immaturi (un tipo di globuli bianchi), in prevalenza nel sangue e nel midollo osseo. Ciò accade perché una determinata proteina, la proteina BCL-2, non trova ostacoli nel moltiplicarsi. In un organismo sano, la proliferazione di questa proteina viene inibita dall’apoptosi. L’apoptosi è un meccanismo di difesa che si attiva quando la cellula subisce alterazioni a carico del proprio DNA. In condizioni normali, la cellula attiva i geni che portano al suicidio cellulare. Questo processo scatta quando sussiste un pericolo per l’organismo. In presenza di LLC, in alcuni altri tumori ematologici e in altri tipi di tumori, la proteina BCL-2 si accumula e impedisce alle cellule tumorali di attivare il processo naturale di morte e autodistruzione. Senza apoptosi a carico della proteina BCL-2, il tumore prospera indisturbato. Contro questo meccanismo patologico, è stato messo a punto un farmaco (venetoclax) che è in grado di riattivare il processo che spinge le cellule, anche le tumorali, alla morte programmata. Nello specifico, l’azione mirata contro la proteina BCL-2 impedisce la formazione della LLC.

«La diagnosi di LLC rappresenta uno di quegli incontri che cambia la vita – ha dichiarato Sabrina Nardi, responsabile Associazione Italiana  Pazienti Leucemici (AIL) – L’impatto psicologico per chi la riceve, per il suo contesto familiare e sociale, è molto importante: si tratta di una patologia curabile, ma attualmente ancora non guaribile, che richiede una convivenza quotidiana con la malattia, affrontare dubbi sul futuro, attese, e di gestire gli impatti dal punto di vista relazionale, lavorativo, economico e di gestione del tempo libero. Riappropriarsi di una buona qualità di vita, coltivare i propri sogni e le proprie passioni è fondamentale».

I nuovi dati dello studio MURANO, un trial internazionale di grande importanza, hanno cambiato le prospettive di trattamento di molti pazienti. Nello studio è stato confermato il beneficio dell’associazione venetoclax più rituximab rispetto alla chemioimmunoterapia in termini di efficacia, intesa come sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale. Circa la metà dei pazienti valutati risulta ancora libero da progressione della malattia dopo tre anni dalla fine del trattamento. L’arco di tempo che intercorre fino ad un eventuale nuovo trattamento è di circa cinque anni più duraturo rispetto ai due anni della chemioimmunoterapia. Venetoclax permette inoltre di ottenere risposte adeguate. Infatti, in una importante percentuale di pazienti la malattia non è più rilevabile con gli strumenti diagnostici correnti. L’innovazione terapeutica della terapia a durata fissa si traduce in un significativo impatto sulla qualità di vita dei pazienti.

Venetoclax è disponibile in Italia dal settembre del 2017, da quando, cioè, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ne ha autorizzato la rimborsabilità per i pazienti con LLC, da utilizzare fino alla progressione della malattia. Nel dicembre del 2019, l’Agenzia ha concesso la rimborsabilità a venetoclax, in associazione con rituximab, per i pazienti con leucemia linfatica cronica recidivante e refrattaria e per una terapia di durata fissa, pari a 24 mesi. La decisione si è basata sui risultati dello studio MURANO. «I risultati a lungo termine dello studio MURANO confermano, nei pazienti con LLC, la superiorità di venetoclax e rituximab rispetto ad un approccio terapeutico chemioimmunoterapico convenzionale – ha dichiarato Francesca Romana Mauro, Professore Associato e Dirigente Medico presso l’Istituto di Ematologia dell’Università Sapienza di Roma – Il trattamento a durata fissa di due anni con venetoclax e rituximab permette di raggiungere risposte molto profonde e prolungate nel tempo». Lo studio è stato condotto in pazienti con leucemia linfatica cronica ricaduta o refrattaria che erano già stati sottoposti ad almeno una linea di trattamento.

«I dati positivi sui trattamenti che durano due anni e poi permettono l’interruzione sono un’arma in più a disposizione dei pazienti per una nuova normalità – ha ribadito Sabrina Nardi dell’AIL – È quindi importante per i pazienti che si continuino a monitorare i dati di tempo libero da malattia dopo la sospensione della terapia».

In altre parole, oggi è possibile vivere a lungo senza progressione della malattia e senza chemioterapia con evidenti vantaggi per il paziente, per i medici e per il Servizio Sanitario Nazionale. «La possibilità di utilizzare un regime terapeutico per un periodo limitato nel tempo, come nel caso di venetoclax – a parere di Antonio Cuneo, Direttore della Sezione di Ematologia dell’AOU Arcispedale Sant’Anna di Ferrara – rappresenta un’opportunità unica per la gestione clinica della Leucemia Linfatica Cronica, permettendo al paziente di riprendere la propria vita nonché di ottimizzare le risorse per il Servizio Sanitario».

Infine, sempre in base allo studio MURANO, s’è visto che la terapia limitata nel tempo riduce la prevalenza di eventi avversi correlati al trattamento ed una migliore qualità di vita per il paziente, a differenza di un trattamento continuativo.