La prevenzione che si fa con la TAC

Ogni anno nel mondo muoiono di tumore del polmone qualcosa come un milione e ottocentomila persone. L’alta mortalità dipende dal fatto che il tumore del polmone ha una prognosi infausta. Solo il 20% di chi s’ammala riceve una diagnosi tempestiva durante le prime fasi della malattia, quando la percentuale di sopravvivenza migliora grazie all’intervento di chirurgia radicale. Il restante 80% viene diagnosticato nelle fasi successive, quando il tumore è ormai inoperabile, ragione per cui le probabilità di sopravvivenza si dimezzano e la qualità della vita si espone a un rapido declino. Il problema dei problemi che caratterizza il tumore del polmone è che si tratta di una neoplasia a lungo asintomatica, ignorata durante tutto il tempo di latenza. Al punto che, quando viene diagnosticata precocemente grazie alla TAC a basso dosaggio (LDCT), l’esame è stato richiesto per altri fini diagnostici. Se la diagnosi precoce rappresenta la migliore opportunità di ridurre il numero di vite che vengono meno a causa del tumore del polmone, come fare a rendere la TAC un esame più ricorrente? L’abbiamo chiesto a Giorgio Vittorio Scagliotti, professore ordinario di Oncologia medica all’università di Torino, impegnato nel movimento di accademici, ricercatori e case farmaceutiche che si stanno attivando per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici alfine di migliorare la prognosi del tumore del polmone attraverso la diagnosi precoce. Di recente, questo movimento ha dato alle stampe uno studio che, come suggerisce il titolo (“Lung Cancer Screening: the Cost of Inaction”), evidenzia quanto costi l’inazione in termini di mancata attuazione delle politiche di screening.

Professore, di che cosa si parla quando si parla di LDCT?
«Di un esame che sfrutta la tecnologia della Tomografia Assiale computerizzata in assenza di utilizzo di mezzo di contrasto e con tempi di esecuzione estremamente rapidi che fanno sì che questa metodica sia applicabile ad alti volumi di individui da sottoporre a screening. Ovviamente questo nuovo approccio si è reso possibile grazie al miglioramento della tecnologia. L’RX del torace che l’ha preceduta, in voga negli anni Ottanta e Novanta, aveva alcune lacune strutturali e tecniche che la limitavano nei risultati. Invece, la TAC spirale assolve egregiamente a tutti compiti ma finora l’ha fatto solo come obbiettivo secondario. In prima istanza, essa viene richiesta per altre malattie. Per esempio, viene effettuata per dare contezza delle calcificazioni coronariche, che sono un segno di cardiomiopatia cronica. Durante questa indagine, la TAC può individuare tutta una serie di lesioni incidentali a carico di particolari distretti del polmone quantunque ancora asintomatiche».

Nel report di cui sopra si legge che quando la LDTC viene applicata durante lo stadio I e II del tumore del polmone, permette un’ottima sopravvivenza nella maggioranza dei casi. Dovrebbe bastare questo dato per favorire un utilizzo più dovizioso e mirato di questo esame, o no?
«L’obiettivo delle indagini di screening sta suggerendo di cambiare quella che è l’attuale distribuzione in stadi della malattia. Se consideriamo 100 tumori del polmone in una serie consecutiva, soltanto il 25-30% sono diagnosticati allo stadio I o II, suscettibili di resezione chirurgica radicale, mentre la restante maggioranza viene diagnosticata in stadio avanzato e metastatico, che non consente più l’intervento chirurgico. Questo succede a causa della lunga fase di latenza della malattia. L’obiettivo della TAC spirale e delle indagini di screening è quello di invertire queste proporzioni. Diagnosticare il 60-70% dei tumori in fase I e II, in modo da consentire l’intervento chirurgico. Questa scelta si basa su risultati di screening secondari a tre grossi studi. Tutti e tre questi studi hanno dimostrato che nel follow-up prolungato vi è una riduzione della mortalità cancro-polmonare specifica. Uno di questi studi, potenziato a livello di obiettivi, è riuscito a cogliere la riduzione di tutti i tipi di cancro grazie alla diagnosi precoce che la TAC spirale ha permesso di fare. Quello che noi inferiamo da tutti e tre questi studi è che, grazie a questo esame di indagine precoce, si assiste a una riduzione della mortalità per cancro al polmone di almeno il 20%.

Perché la LDCT è molto più usata per il cancro al seno e per altri tipi di indagini precoci differenti da quella del cancro al polmone?
«Perché il tumore della mammella, del colon, della cervice uterina hanno screening obbligatori, mentre il tumore del polmone ancora non ce l’ha. È da qui che nascono le pressioni che si stanno mettendo in atto per convincere la comunità scientifica europea e i decisori politici ad attivarsi affinché lo screening con la LDTC diventi uno screening di popolazione da eseguire in modo sistematico nei soggetti ad alto rischio».

Ci sono pazienti per i quali la LDCT è più efficace e quindi raccomandabile?
«Fino a poco tempo fa erano le persone fra 55-80 anni fumatori di almeno 20 sigarette die. Ora i criteri si sono allargati, si è abbassata l’età minima a 50 anni, quindi la platea è più ampia. Noi pensiamo che il ricorso alla TAC spirale sia una strategia; un’altra strategia è di guardare con maggior attenzione alla rilevanza di tutti quei noduli cosiddetti incidentali che vengono scoperti nei polmoni dei fumatori che si sottopongono a TAC per altri obiettivi diagnostici: un altro modo per fare diagnosi precoce».

Ci sono studi come l’europeo Nelson che suggeriscono “un cambio di passo”, di che studi stiamo parlando?
«Sono studi che hanno fatto ricorso, nel braccio sperimentale dei pazienti arruolati, alla TAC a basso dosaggio. Il Nelson ha il vantaggio che è stato condotto su una popolazione europea e che ha fatto ricorso a criteri di arricchimento. Nel senso che nell’ambito dei programmi di screening si riescono a indentificare dei soggetti che hanno un cancro solo nel 1,5% della popolazione, che sono pochi. Se invece si aumenta la probabilità di tumore, tenendo conto della presenza di cancro nel nucleo famigliare e di altri fattori di rischio, ecco che questa probabilità come minimo raddoppia. È un approccio che ha un futuro anche come ricorso alla biopsia liquida. Secondo alcuni studi, la presenza di geni cancerogeni nel sangue aumenta la probabilità che il soggetto sia a rischio di tumore del polmone».

 Il fatto che il report di cui abbiamo parlato sia stato finanziato da Big Pharma (Astra Zeneca) non deve creare nessun imbarazzo?
«Assolutamente no. Questa è soltanto una delle iniziative che sono state prese da Astra Zeneca nell’ambito di un contenitore non-profit che coinvolge un gruppo di ricercatori appartenenti all’International Association for the Study of Lung Cancer assieme alla Global Lung Cancer Coalition, entrambe impegnate nello studio del tumore del polmone e del viaggio del paziente attraverso questa terribile malattia. Personalmente penso che un’alleanza ancora più allargata fra ricercatori case farmaceutiche e policy makers sia molto auspicabile per affrontare un problema come il tumore del polmone che è un flagello sociale. Ogni sedici secondi vi è un paziente che muore per questa patologia. Si tratta di una malattia con la più alta incidenza di mortalità per tumore negli uomini. Al secondo o terzo posto nelle donne, a seconda di come si aggregano i dati. Per avere ragione di questo problema servono gli sforzi congiunti di tutti».