Al via con la terza dose del vaccino anti Covid-19

Richiamo del vaccino per molti ma non per tutti. Tra le categorie che il CTS (Comitato Tecnico Scientifico) ha ammesso alla cosiddetta terza dose di vaccino anti Covid-19 figurano i pazienti immunocompromessi, per i quali si parla di dose aggiuntiva, distinguendola dalla dose di rinforzo che viene somministrata, almeno sei mesi dopo l’ultima vaccinazione, nei grandi anziani (≥ 80 anni) e nei soggetti che vivono nelle RSA. La dose di rinforzo potrebbe presto rendersi disponibile anche per gli operatori sanitari, a seconda del rischio di esposizione all’infezione, del rischio individuale di sviluppare forme gravi di Covid-19 e in accordo con la strategia generale della campagna vaccinale.
Agli immunocompromessi appartengono tutti i pazienti oncologici, chi ha subito trapianti d’organo o di cellule staminali e chi è affetto da malattie autoimmuni o da immunodeficienze congenite. Per i pazienti onco-ematologici, le raccomandazioni emanate dal CTS, presenti sul sito del Ministero della Salute, suggeriscono la suddivisione in due categorie. La prima è quella di chi ha completato il percorso terapeutico, la seconda quella dei pazienti ancora in trattamento per i quali le complicanze infettive saranno da valutare caso per caso, in conseguenza del fatto che per loro il rischio di esposizione a Covid-19 è più alto.
Quindi, a partire dal 20 settembre, c’è chi come il Regina Elena (IFO di Roma) ha scelto di mettersi in contatto direttamente con i propri assistiti oncologici per fissare insieme la data e la modalità di vaccinazione. Un’iniziativa meritoria che però non è quella che sta facendo scuola, giacché la più parte degli oncologici, fra i quali l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Istituto Europeo di oncologia di Milano nonché il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (PN) delegano la prenotazione al paziente. Spetta al paziente attivarsi sulle piattaforme di prenotazione regionale, messe in rete da Poste Italiane. Gli oncologici si stanno attivando con le convocazioni individuali solo per quei pazienti che, a causa della gravità della malattia o per altre difficoltà di tipo logistico, non dovessero riuscire a provvedere alla prenotazione di persona o grazie all’aiuto dei loro caregiver.
Particolarmente a rischio sono tutti i pazienti ammessi alla terza dose, sia per quanto riguarda la morbilità che la letalità correlate non solo al Covi-19 ma a tutte le infezioni da virus respiratori che causano influenza. Tra gli oncologici, tanto per restare in tema, il rischio di ospedalizzazione da influenza virale è di regola quattro volte più alto rispetto ai coetanei che non hanno contratto la malattia. Per tutti la preoccupazione è quella di esporsi, da un lato, a un rischio aumentato di infezione, dall’altro, di impattare in un andamento più severo delle complicanze.
Tra le malattie autoimmuni più diffuse ricordiamo l’artrite reumatoide, la tiroide di Hashimoto, il diabete di tipo 1, il lupus eritematoso. Per questi soggetti, il trattamento dipende dal tipo di malattia e spesso prevede l’utilizzo di farmaci che sopprimono l’attività del sistema immunitario. Ragion per cui, la dose di vaccino di rinforzo andrebbe a colmare una eventuale difficoltà a creare gli anticorpi contro la Sars-CoV-2 nel sistema immunitario. Che poi non sia solo un problema di anticorpi, è ormai un dato di fatto. Come molti immunologi hanno da tempo ricordato, fra i quali il professor Alberto Mantovani dell’Ospedale Humanitas di Rozzano (Milano), la protezione dal Covid-19 non dipende soltanto dalla presenza dei livelli di IgG che fanno da argine alla penetrazione della proteina spike del virus. Dipende altresì dalla presenza di altre cellule (B e T) che presiedono alla memoria e alla risposta mediata e che sono indispensabili per contrastare efficacemente l’infezione.
E siccome non è solo una questione di anticorpi, ecco spiegato perché, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, si è deciso di sottoporre a terza dose soltanto le categorie menzionate di pazienti e non tutta quanta la popolazione, che invece, per ora, in attesa di nuove evidenze, viene limitata alle due dosi “convenzionali” di vaccino. La posizione scientifica a questo riguardo è ben riassunta da un editoriale apparso in questi giorni su «Lancet».
Il potenziamento – ricordano gli editorialisti della prestigiosa rivista scientifica – potrebbe rendersi necessario nella popolazione generalizzata a causa della diminuzione dell’immunità alla vaccinazione primaria o se le varianti dovessero evolvere al punto in cui le risposte immunitarie agli antigeni del vaccino smettessero di funzionare. Una cosa che, per ora e per fortuna, non si è riscontrata. La vaccinazione primaria ha dato prova di rispendere egregiamente a tutte le varianti emerse, da ultima, per gravità e diffusione, alla variante delta.
«L’evidenza attuale non sembra mostrare la necessità di un potenziamento nella popolazione generale – ricorda “Lancet” – in cui l’efficacia contro le malattie gravi rimane elevata. Pertanto, qualsiasi decisione sulla necessità di potenziamento o sulla tempistica del potenziamento dovrebbe essere basata su un’attenta analisi di dati clinici o epidemiologici adeguatamente controllati, o entrambi, che indichino una riduzione persistente e significativa della malattia grave, con una valutazione rischio-beneficio che considera il numero di casi gravi che il potenziamento dovrebbe prevenire, insieme alle prove sulla probabilità che uno specifico regime di potenziamento sia sicuro ed efficace contro le varianti attualmente in circolazione».