Il cancro si cura meglio in famiglia

S’è trattato di un evento interamente online. Stiamo parlando del congresso che annualmente ESMO (Società Europea di Medicina Oncologica) organizza, invitando medici e ricercatori di tutto il mondo a un confronto serrato sulle novità dell’oncologia. Il motivo di questa scelta non è difficile da immaginare. Le restrizioni imposte dalla pandemia hanno giocato un ruolo decisivo sulla definizione del luogo, facendo optare per la piazza virtuale di Internet per il secondo anno consecutivo. E così, fra il 16 e il 21 settembre, le dirette streaming hanno aperto i loro canali alla presentazione dei risultati di nuovi studi scientifici, alla messa a punto di nuove linee guida per la cura attiva e per il trattamento compassionevole dei malati di cancro, e ai dibattiti di approfondimento che ne sono – come sempre accade in questi casi – seguiti. Nell’ambito delle novità più importanti, la notizia di un nuovo trattamento per il cancro al seno ha già fatto il giro del web. Le terapie a bersaglio molecolare e l’utilizzo degli anticorpi monoclonali stanno dimostrando di essere sempre più efficaci nella lotta ai tumori femminili. In particolare, queste cure sono in grado di ribaltare le prognosi più infauste nel tumore al seno di tipo metastatico. Infatti, stando a quanto emerso in sede ESMO, il ricorso a due farmaci, a ribociclib nei tumori al seno HER2- e a trastuzumab deruxtecan in quelli HER2+, sembra garantire un controllo sempre più efficace di questa patologia.
Un’ottima notizia che fa ben sperare nei progressi della ricerca, senonché la lotta al cancro ha ancora un lungo cammino da condividere con la lotta alla sofferenza umana. Sul versante dei trattamenti compassionevoli per la cura del malato terminale, ESMO ha promosso delle nuove linee guida. Si tratta di un vademecum fatto di consigli terapeutici che hanno raggiunto ormai degli standard di eccellenza condivisi, basati come sono sulla pratica clinica. Fra questi, segnaliamo una rassegna su trattamenti di fine vita e sulle cure palliative che fa capire con quanta sofferenza umana si ha ancora a che fare quando si parla di cancro. È consolatorio leggere che, per il paziente oncologico, la famiglia è percepita come il luogo più protettivo contro i marosi della malattia anche nei momenti di fine vita. Prova ne è che la maggior parte dei pazienti – stando allo studio in questione – si esprime a favore della propria famiglia e degli amici più cari scegliendoli come intermediari in tutte le discussioni con gli oncologi. Per questo motivo, viene suggerito ai medici di farsi carico di queste istanze parentali a cominciare dalla scelta del linguaggio. A quanto pare, è compito del medico la scelta di un linguaggio consono al malato e ai suoi famigliari nel tentativo di comunicare ogni tipo di scelta e di necessità conseguente alle cure. Un occhio di riguardo viene raccomandato nella comunicazione con i figli minorenni di pazienti prossimi alla dipartita. È vero che il medico spesso lamenta una mancanza cronica di tempo, ragion per cui non sempre sembra nelle condizioni migliori per farsi carico del dolore dei figli dei suoi assistiti. Tuttavia, adoperarsi affinché, attraverso la famiglia e le figure professionali di supporto piscologico che gravitano intorno alla famiglia, i minori ricevano un adeguato supporto è un aiuto indispensabile. Del resto, le statistiche parlano chiaro, se questo lavoro rimane inattuato, fra i ragazzi, figli di pazienti morti per cancro, si registra il più alto tasso di mortalità nel confronto fra coetanei.
Nella rassegna non mancano i suggerimenti su come trattare al meglio i disturbi del paziente, dalla nausea al vomito alla disfagia facendo menzione all’ampio capitolo dei farmaci oppioidi, indispensabili per lenire i disturbi del fine vita, fra i quali si novera anche il delirio. Negli ultimi giorni di vita il 90% dei pazienti soffre di delirio. Il delirio è caratterizzato da disturbi della percezione e della coscienza, da difficoltà cognitive e di messa a fuoco, da confusione mentale e da incubi ricorrenti. Ebbene, in questi momenti di “follia” è la famiglia che garantisce un lenimento concreto contro la sofferenza, insieme al trattamento farmacologico.
Un’altra fonte di sofferenza continua è l’angoscia spirituale. A questo riguardo, nello studio in questione viene ricordato che è dovere del medico alleviare tanto il dolore fisico quanto quello psicologico e spirituale. L’angoscia spirituale si fa sentire nel 73% dei pazienti oncologici. Di contro, possedere un forte senso di spiritualità sembra che aiuti il paziente a sopportare meglio le sofferenze. Gli autori delle linee guida ricordano che gli studi sono concordi nell’indicare che il benessere spirituale nei pazienti con cancro si associa a livelli più bassi di depressione e a un’accettazione migliore del fine vita. Il medico non è solo nel gestire questo tipo di angoscia ma, nel rispetto del credo che il paziente manifesta, può avvalersi della collaborazione di quelle figure spirituali come i preti, i monaci, le monache, i cappellani di ogni credo, per una parola di conforto. A conclusione dell’excursus sulla spiritualità del paziente oncologico nei momenti di fine vita, gli autori delle linee guida ricordano che l’angoscia spirituale deve essere considerata come un disturbo di routine, e che, in quanto tale, merita tutta l’attenzione del personale sanitario.