Il paziente oncologico e le cure psicosociali

Allargare il trattamento alle cure psicosociali migliora il follow-up del paziente oncologico. È quanto emerge da uno studio italiano di recente pubblicazione sulla rivista scientifica «Jama Network Open». Se sono numerose le linee guida internazionali che propugnano l’introduzione degli interventi psicosociali a favore dei malati di cancro, la maggioranza di questi pazienti, per lo meno in Europa e segnatamente in Italia, non riceve di fatto ancora alcun trattamento di questo tipo. Gli ostacoli maggiori alla implementazione dell’approccio psicosociale – scrivono gli autori nei preliminari del loro articolo – possono essere rintracciati nella scarsa sensibilità e formazione del personale medico e paramedico, che si riflette in una mancanza di programmazione da parte delle istituzioni competenti. È come se verso questo tipo di cure molti centri oncologici nutrissero ancora dei pregiudizi, dedicandogli di fatto un’attenzione minore o, comunque, non all’altezza di quanto le linee guida internazionali non si stancano di rimarcare come urgente e necessario. Sta di fatto che, stando ai risultati dello studio, se i pazienti vengono trattati per le carenze inerenti alla sfera psichica e per i bisogni di tipo sociale, la differenza si vede, è palpabile. I risultati dello studio sono a sostegno dell’efficacia dell’approccio psicosociale sia a medio (3 mesi) che a più lungo termine (1 anno). In altre parole, su un totale di 762 pazienti, i 400 entrati nel gruppo trattamentale hanno dimostrato di reagire meglio alla scoperta della malattia e alle cure iniziali, rispetto ai 362 del gruppo sottoposto “soltanto” alle cure oncologiche. Va precisato che tutti i pazienti che hanno dato il loro consenso a partecipare allo studio, non erano ancora in fase avanzata o terminale della malattia. Una scelta che s’è imposta, dal momento che lo scopo dello studio era quello di testare la reazione più ampia alle cure di sostegno psico-sociale, quindi selezionando pazienti oncologici con ancora tutto l’iter della malattia davanti, da scoprire e da accettare insieme a tutte le complicazioni del caso. «Il fine del nostro lavoro è stato quello di dare un indirizzo ai bisogni di attenzione psicosociale dei pazienti – hanno premesso gli autori, un nutrito gruppo di medici italiani guidati, come prima firma, dall’oncologa Caterina Caminiti, Direttore di Ricerca e Innovazione presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e membro dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM) – ovvero di ridurre l’influenza del cancro sulla salute mentale e migliorare le abilità del paziente nel superare le difficoltà dei trattamenti e l’incertezza degli esiti della malattia ad ampio spettro, dalla diagnosi alle cure palliative alla sopravvivenza».
Ma di fatto, in cosa consisteva il sostegno psicosociale che ha ricevuto il gruppo attivo dei pazienti? Per prima cosa si è provveduto a formare il personale. Sia il personale medico che il paramedico sono stati aiutati a migliorare le abilità comunicative con il paziente: ogni centro di supporto (lo studio è stato multicentrico, ovvero aveva cellule operative sparse in più nosocomi) è stato affiancato da un’équipe esterna composta da uno psicologo, da un sociologo e da un infermiere con esperienza nella ricerca clinica, con i quali i medici gli infermieri interni hanno potuto dialogare anticipando le istanze dei pazienti. Forte di questa esperienza, il personale si è impegnato nell’opera di divulgazione delle informazioni e delle raccomandazioni di base. A seguire, ha stilato la lista tipica delle domande più ricorrenti da parte dei pazienti con le relative risposte. A ciascun paziente è stato assegnato un caregiver interno di riferimento. Si è quindi provveduto a una disamina delle istanze di stress psicologico che emergevano dai colloqui e dei bisogni di tipo sociale che ogni singolo vissuto poteva affacciare, senza trascurare quelli condivisi o specifici dei famigliari e/o accompagnatori. Infine, l’intervento attivo si è estrinsecato nella definizione di un punto di informazione attivo h24 al quale i pazienti e i loro familiari potevano rivolgersi in caso d’urgenza, per chiarimenti e per aiuti concreti.
In calce allo studio apparso su «Jama» gli autori dichiarano che ulteriori studi permetteranno di stabilire con più aderenza le strategie di intervento. A questo scopo, ritengono necessario l’ascolto attivo di tutti i partecipanti (pazienti, caregiver ma anche medici e infermieri) alfine di migliorare ogni tipo di prestazione.