
La scelta di un adeguato accesso venoso e del suo posizionamento è fondamentale in pazienti particolarmente fragili come quelli oncologici per prevenire complicanze importanti come l’interruzione della terapia, il deterioramento dei vasi sanguigni e la riduzione del rischio di sviluppare infezioni. Tra i vantaggi legati all’utilizzo dei PICC (cateteri centrali ad inserzione periferica) vi sono il posizionamento eseguito senza necessità di sala operatoria e con brevi tempi di programmazione e di impianto e il coinvolgimento diretto degli infermieri nell’attività del Vascular Access Team (VAT). Pertanto, è importante fare la scelta più appropriata dell’accesso vascolare come parte integrante del percorso terapeutico del paziente oncologico. È quanto emerge dal Documento di Consenso” recentemente emanato da un gruppo di esperti delle principali società scientifiche del settore tra cui i rappresentanti della Società Italiana Accessi Vascolari (IVAS) e dell’Associazione Italiana Infermieristica Competenze Avanzate (IANAC), con l’obiettivo di delineare le indicazioni, il processo di scelta e l’impiego ottimale dei PICC all’interno del processo clinico-assistenziale del paziente oncologico ed ematologico e far luce sulla necessità di riesaminare i criteri di scelta dei dispositivi di accesso venoso attualmente presenti negli ospedali italiani.
«Negli ultimi anni, grazie alle nuove terapie e alla diagnosi precoce, è stato possibile incrementare la sopravvivenza del malato oncologico – ha commentato Carlo Carnaghi, Responsabile Unità Operativa Oncologia Medica, Humanitas Istituto Clinico Catanese – Ora, l’obiettivo successivo e non meno rilevante, è quello di offrire a questo aumento anche una maggiore qualità della vita. Nel panorama oncologico ed ematologico italiano emerge ancora oggi un quadro piuttosto frammentato sull’utilizzo degli accessi vascolari, nonostante in Italia si sia registrato negli ultimi anni un rapido incremento che ha portato il nostro Paese ad occupare il secondo posto a livello europeo. In generale, la pratica clinica sembra connotata dalla mancanza di un algoritmo decisionale per la scelta del dispositivo da impiantare e da un divario tra le indicazioni riportate nelle linee guida e il grado di implementazione di queste nella pratica clinica, oltre che da una disomogeneità clinica interdisciplinare che potrebbe compromettere il buon esito terapeutico. Le nuove raccomandazioni evidenziano nello specifico quanto sia fondamentale un approccio proattivo anche in ambito di accessi vascolari, per evitare complicanze importanti come l’interruzione della terapia, il deterioramento dei vasi sanguigni e la riduzione del rischio di sviluppare infezioni in pazienti particolarmente fragili come quelli oncologici».
L’assistenza ad un paziente oncologico prevede necessariamente il ricorso ad un accesso vascolare, soluzioni e derivati del sangue, il prelievo di sangue e il monitoraggio emodinamico per la misurazione della pressione venosa centrale o per la nutrizione, sostanze che sono spesso molto concentrate e date in maniera continuativa.
«La scelta del dispositivo di accesso vascolare più duraturo e più scevro di complicanze procedurali è la chiave per ottenere la massima qualità di trattamento con il minimo rischio per pazienti e operatori – ha dichiarato Baudolino Mussa, Medico Chirurgo del Dipartimento Chirurgia Generale e Specialistica e Professore aggregato presso la Città della Salute e della Scienza di Torino – Il PICC e le nuove tecnologie di impianto (ecografi di ultima generazione e visualizzazione del decorso del catetere all’interno del paziente senza utilizzo di RX) rispondono a questa esigenza».
Un catetere venoso è un dispositivo inserito per via periferica (vene non visibili e palpabili del braccio) che viene utilizzato per la terapia farmacologica e per la nutrizione parenterale. I vantaggi sono molteplici: sicurezza e semplicità della procedura per il loro posizionamento, che può essere eseguita da personale infermieristico adeguatamente formato e può essere realizzata direttamente al letto del paziente senza la necessità di sale operatorie, riducendo i tempi di intervento e la necessità di riposizionamenti post-impianto, con risparmio di risorse, costi e riduzione dei tempi per l’inizio della terapia infusionale.
«Un’altra componente importante dell’attuale successo di questa procedura è stata il coinvolgimento diretto del personale infermieristico che ha portato anche ad un maggiore grado di soddisfazione da parte dei pazienti in relazione alla qualità dell’assistenza e del tempo dedicato» è il parere di Fabio Conti, Coordinatore Infermieristico del Policlinico Tor Vergata a Roma e Presidente IANAC.
Il Documento sottolinea infine l’importanza di inserire nei percorsi diagnostico-terapeutici in oncologia (PDTA) l’utilizzo e la scelta del giusto catetere vascolare, l’impianto e la sua successiva gestione, per la sicurezza delle cure e degli operatori sanitari e per la qualità di vita dei pazienti.