La morte al centro della vita

La morte ha un valore intrinseco, è in grado di comunicarci qualcosa, oppure la dobbiamo liquidare come la negazione di tutti i valori, giacché quando interviene pone fine a ogni tipo di esperienza umana? È una delle cinque domande che un gruppo eterogeneo di ricercatori s’è posto affrontando la stesura di un lungo editoriale apparso di recente sulla rivista «Lancet», concepito per rimettere la morte al centro della vita. Accanto ai medici con esperienza nella gestione della sofferenza nel fine vita, alcuni dei quali con un importante curriculum di palliativisti oncologi, hanno collaborato filosofi, sociologi e anche un romanziere. Gli altri spunti per lo sviluppo della trattazione erano la ricerca di ciò che accomuna la morte come fase finale dell’esistenza (il morire) e le manifestazioni di pubblico cordoglio come eventi sociali condivisi; se l’atto di morire apra o meno delle porte spirituali che trascendano la sensibilità psicologica; come la società si organizza nella gestione di chi è prossimo alla dipartita ultima e, per finire, qual è l’impatto che le narrazioni della morte, del morire e del lutto hanno nel vissuto della gente comune. Il tutto all’indomani di due anni di pandemia, durante la quale la ricerca affannosa del vaccino, a livello mediatico è stata raccontata come la ricerca di un antidoto contro la morte, e durante la quale la morte come evento è stata confinata in reparti speciali degli ospedali, dove l’accesso era proibito ai familiari, dove le persone che si sono ammalate e che poi sono morte hanno dovuto farlo in solitudine, senza la presenza consolatrice dei propri cari, fatta eccezione per i brevi collegamenti avvenuti tramite i telefonini e i tablet. A chi poteva sollevare il dubbio che, dopo questo carico di morte che c’è stato a livello mondiale, fosse il momento meno opportuno per  interrogarsi sull’importanza della morte, gli autori hanno implicitamente risposto che il racconto di questa morte ridotta ai minimi termini, deprivata degli affetti e del lutto, può esserci d’aiuto nel caso si debba affrontare nuovamente un evento pandemico, tanto più che gli effetti delle anomalie sperimentate è verosimile ipotizzare che si protrarranno per anni nella psiche dei sopravvissuti. Citando un report dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), gli autori ricordano che solo una parte minoritaria della popolazione mondiale ha accesso alle cure palliative che leniscono la sofferenza del fine vita. E che nei Paesi occidentali e/o ad alto reddito, dove queste cure vengono menzionate tra i diritti civili, ciò si verifica solo laddove, come in Italia, vige un’assistenza sanitaria di tipo universalistico, grazie alla quale ogni cittadino, indipendentemente dal reddito e dallo stato sociale, ha diritto a essere curato gratuitamente fino alla fine.
A dire il vero, i trattamenti di fine vita non sono gli stessi dappertutto. In tutto il mondo, sono stimate in circa cento milioni le persone che hanno accesso a una qualche forma di legislazione sulla morte assistita. La morte assistita è legale in nove stati USA e nel distretto di Columbia, in Canada, nei Paesi Bassi, in Belgio, Lussemburgo, Spagna, in Svizzera e in quattro stati dell’Australia. La Nuova Zelanda ha approvato la legislazione con un referendum nazionale solo nel 2020. La Svizzera è un paese insolito da questo punto di vista, per non aver mai avuto un completo divieto di assistenza al suicidio. Il suicidio non è più illegale in molti stati. Al contrario, aiutare qualcuno a porre fine alla propria vita, per esempio fornendogli dei farmaci letali è, nella maggior parte dei paesi, Italia compresa, un reato penale. Non fa alcuna differenza, per la natura penale dell’azione, se la persona stava morendo o ha chiesto la morte, o se l’azione è stata compassionevole. Sempre più governi in tutto il mondo, tuttavia, stanno creando esenzioni agli atti criminali di suicidio e omicidio colposo per consentire l’assistenza medica in agonia. Tornando alle cure palliative, gli autori dell’editoriale ricordano che l’OMS ha sostenuto i primi sviluppi della disciplina palliativista, concentrandosi inizialmente su dolore da cancro e sviluppando una serie importante di prime linee guida. L’OMS definisce le cure palliative come il tipo di approccio che migliora la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari e che affronta il problema legato al pericolo di vita rappresentato dalla malattia, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza, grazie a un’identificazione precoce della terapia del dolore più appropriata. Nonostante le cure palliative siano riconosciute come una voce dell’assistenza sanitaria universale, l’OMS stima che solo il 14% dei bisognosi delle cure palliative sono in condizioni di riceverle. La Commissione Lancet ha infine messo in evidenza che molto resta da fare, stando all’offerta attuale nel mondo, per migliorare la mancanza d’accesso al sollievo di base dal dolore.