Fecondazione eterologa, un po’ di chiarezza

«L’OMS ha ribadito più volte che l’infertilità è una vera e propria patologia. È profondamente sbagliato trattarla come se non lo fosse e, di conseguenza, dipingere i donatori come figure dalla moralità discutibile, in cerca di facili guadagni». Giuro che non era mia intenzione entrare nel merito della moralità dei donatori, anzi delle donatrici, con riferimento alle donne che donano i propri ovociti per la fecondazione eterologa (PMA), sottoponendosi a una procedura complessa che necessita di adeguata stimolazione ormonale e di monitoraggio ecografico per trovare il giorno adatto al prelievo degli ovociti tramite ago trans-vaginale, un intervento condotto in anestesia locale o generale. Ma quanto riferito fra virgolette non è che una parte delle risposte che il Prof. Mario Mignini Renzini, referente medico per gli aspetti clinici dei Centri Eugin in Italia, mi ha reso per iscritto, un poco seccato per la faciloneria con cui avrei prestato il fianco a certe critiche, dopo che io, nelle domande formulate sulla scorta di un comunicato stampa della Clinica Eugin, ho sollevato dubbi sulla bontà di questa pratica in Spagna, lo Stato europeo con la più alta percentuale di donatrici. Ma per farsi un’idea pertinente sia delle mia presunta gaffe sia di qual è lo stato dell’arte della PMA in Europa, conviene rifarsi al botta e risposta fra chi scrive e il citato professore.

Dai dati in vostro possesso, le donatrici di ovociti spagnole (alle quali la clinica Eugin farebbe riferimento) sarebbero volontarie motivate, nella stragrande maggioranza dei casi, da scopi altruistici: come aiutare altre mamme a portare a termine la gravidanza. Un po’ diversa la narrazione che ho reperito qui e là in rete. Vi si parla della Spagna come il “granaio d’Europa” per la fecondazione assistita, dove le [giovani] donatrici sono per lo più motivate dai mille euro che ricevono per ogni trattamento. Possiamo ipotizzare che forse la verità stia nel mezzo? Prova ne è che altrove, come in Italia, dove le pratiche di rimborso sono ostacolate, il numero delle donatrici è sensibilmente più basso?
«I dati riportati nel comunicato stampa di Eugin fanno riferimento a uno studio scientifico. È buona norma, se ci si occupa di comunicazione in ambito medico e si vogliono fornire informazioni corrette e di reale utilità per i lettori e pazienti, evitare di rivolgersi a internet prendendo per buone informazioni che si trovano “qui e là in rete”.
«Per quanto concerne il rimborso, questo tiene conto dell’impegno richiesto e del disagio vissuto dai donatori. Specialmente per le donatrici di ovociti, la procedura prevede un investimento di tempo notevole, con la necessità di assentarsi dal lavoro più volte. Dovrebbe essere considerato normale e ragionevole istituire una forma di rimborso. […] Il cittadino e la cittadina affetti dalla patologia della sterilità hanno diritto alle cure come qualsiasi altro tipo di paziente. Curare i pazienti affetti da sterilità presuppone la creazione delle condizioni perché ciò sia possibile. Per questa ragione, il Governo italiano ha istituito un tavolo tecnico che sta affrontando le principali problematiche connesse all’infertilità e ai trattamenti di PMA. Una delle proposte in discussione è l’istituzione di un rimborso di circa mille euro per le donazioni nell’ambito della PMA, esattamente come in Spagna. Non per creare “granai” ma, da paese civile, per offrire ai pazienti affetti da sterilità una possibilità di cura reale, che può passare anche attraverso la donazione.
«Il problema della donazione, infine, è un problema serio. Non si può banalizzare indicando la Spagna come il “granaio d’Europa”. La Spagna è una nazione la cui cultura della donazione è fortissima e la cui generosità consente di venire in aiuto di moltissimi pazienti. Solo per fare un esempio: da molti anni la Spagna è al primo posto mondiale per quanto concerne la donazione e il trapianto di organi. Oggi il tasso è di 35 donatori per milione di abitanti, mentre la media dell’Unione Europea è di 19».

Leggo che in Spagna non esiste un registro delle donatrici, così molte di ragazze reiterano la donazione sottoponendosi più volte ai trattamenti di stimolazione ormonale e al prelievo degli ovociti. Una pratica che non è esente da rischi per la salute, specie se reiterata?
«Si tratta di una informazione sbagliata. In Spagna esiste un registro dei donatori che si chiama SIRHA, gestito dal Ministero della Salute spagnolo. Ogni clinica non solo ha l’obbligo di trasmettere i dati dei donatori mediante il registro, bensì anche quello di verificare quante donazioni sono state effettuate in precedenza dalla stessa persona, prima di iniziare i trattamenti. Le cliniche hanno altresì l’obbligo di verificare, utilizzando sempre il registro, che la donazione da parte della stessa persona non abbia dato vita a un numero di bambini superiore a sei. Questo è il limite che la legge spagnola pone e il raggiungimento di tale limite è potenzialmente possibile anche con solo una o due donazioni. La singola procedura di donazione può avere infatti come risultato la raccolta di milioni di spermatozoi e di un numero elevato di ovociti e, per ottenere un embrione, sappiamo che possono essere sufficienti un solo ovocita e un solo spermatozoo.  Presso Eugin, infine, solo un terzo delle donne che si candidano come donatrici supera l’iter di selezione, che è estremamente rigoroso e comporta un’attenta analisi della storia medica, oltre a una serie di esami e approfondimenti molto scrupolosi».

Molte donne ricorrono alla crioconservazione degli ovociti quando scoprono di avere un tumore. In questo modo cercano di ipotecare la futura gravidanza rimandandola a tempi migliori. Altre ricorrono alla fecondazione eterologa proprio perché, a causa di un tumore, sono diventate sterili. Cosa sappiamo del rischio oncologico connesso all’iperstimolazione ormonale alla quale le donatrici di ovociti devono sottoporsi prima del prelievo?
«La possibilità di crioconservare i propri gameti è una opportunità importante per tutti i pazienti oncologici, che spesso vengono colpiti dalla malattia in età fertile e addirittura adolescenziale ed è auspicabile che questa possibilità possa essere offerta in SSN anche in pazienti non oncologici ma con malattie croniche che possono determinare sterilità (come ad esempio l’endometriosi).
«Le terapie impiegate per la stimolazione ormonale sono personalizzate e il rischio di iperstimolazione, oltre a essere minimo, viene tenuto sotto costante controllo mediante una serie di esami ecografici a scadenze precise.  Ricordiamo che gli ormoni che vengono impiegati sono inoltre gli stessi che il corpo femminile produce in maniera naturale.
«Per quanto riguarda il rischio oncologico connesso alla fecondazione in vitro, vi sono centinaia di studi scientifici che dimostrano che le pazienti che si sottopongono a trattamenti di PMA non sono esposte a un rischio aumentato. In totale mancanza di evidenze scientifiche, possiamo classificare la correlazione tra PMA e tumori come una fake news, frutto dell’ignoranza di coloro che la divulgano».

Ormai i bambini nati con la fecondazione assistita sono tanti, sappiamo qualcosa sullo stato della loro salute in rapporto ai figli “naturali”?
«La condizione di sterilità e non le terapie per cercare di guarire questa malattia rappresenta una condizione di aumentato rischio per la salute dei nascituri. Esistono studi che dimostrano che l’insorgenza di una gravidanza spontanea in coppie definite subfertili (cioè con una ricerca prole infruttuosa da più di 12-18 mesi) comporta un aumentato rischio nei nascituri seppur di modesta entità.
«In linea generale lo stato di salute dei bambini nati da trattamenti di PMA non differisce in modo significativo da quello riscontrato nei bambini nati con concepimento spontaneo. Anche in questo caso vi è una vastissima letteratura scientifica che lo dimostra e che sarebbe opportuno venisse divulgata dalle testate che si occupano di medicina e salute.
«Per casi particolari, dove ad esempio vengono utilizzati spermatozoi prelevati direttamente dal testicolo oppure in donne in età avanzata (> 38 anni)  che riescono ad ottenere una gravidanza mediante PMA, analogamente alle gravidanze insorte spontaneamente nella stessa classe di età, è documentata una percentuale di rischio di problematiche di salute del nascituro più elevata. Il collegamento tra questi rischi e il ricorso alla PMA nasce da una analisi superficiale delle cause per cui questi fenomeni si presentano, legati ai meccanismi fisiologici della gametogenesi e non alle tecniche di PMA utilizzate».

Prof. Mario Mignini Renzini, Referente medico per gli aspetti clinici dei centri Eugin in Italia; Responsabile del Centro di Fecondazione Assistita della Casa di Cura La Madonnina di Milano, parte del Gruppo San Donato; Professore presso la Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Milano; Membro del tavolo tecnico sulla PMA istituito dal Governo italiano.