
Ci sono esercizi da praticare con costanza per la prevenzione oncologica? A parere dei ricercatori spagnoli, che hanno affrontato l’argomento nell’ambito del VII Congresso Internazionale della Società Spagnola di Salute di Precisione (SESAP), tenutosi a Madrid a fine di maggio, la risposta è affermativa.
In particolare, Adrian Castillo García, dottore in Scienze dello sport e ricercatore presso l’istituto di Ricerca biomedica di Barcellona, organo del Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo (CSIC), ha preso in esame uno studio nel quale è stata dimostrata l’importanza dell’esercizio fisico nei pazienti in trattamento oncologico. Il ricercatore ha suggerito che gli esercizi di resistenza come il nuoto, la corsa e la bici sono i migliori perché riducono l’impatto dell’ipossia e dell’acido lattico in tutti i distretti dell’organismo che ne vengono colpiti, favorendo un microambiente tissutale e una risposta immunitaria migliori.
Nella sua presentazione “Cancro ed esercizio fisico: una battaglia tra cellule ad alte prestazioni”, lo specialista ha sottolineato i punti di raccordo tra la fisiologia dell’esercizio e la fisiopatologia del cancro. In base a queste evidenze, ha dedotto che l’esercizio fisico merita di diventare un affiancamento essenziale nei pazienti oncologici. Il cancro è una malattia con una chiara componente metabolica. Il che comporta che il microambiente tumorale «determini lo sviluppo e la malignità della malattia», ha proseguito.
Stante questo contesto, l’ipossia diventa uno dei principali fattori che scatenano l’aggressività tumorale, perché incoraggia e sostiene le mutazioni pro-tumorali. Ecco perché è essenziale ridurre i livelli di ipossia nella lotta contro la malattia. L’obiettivo di qualsiasi terapia è quello di modulare il microambiente tumorale e combattere il metabolismo del tumore favorendo l’efficacia dei trattamenti. «In questo senso e secondo i dati degli studi preclinici, l’esercizio fisico può migliorare l’efficacia di queste terapie».
L’ipossia è una condizione di carenza di ossigeno a livello dei tessuti dell’organismo. Può essere un fenomeno acuto che compare (e scompare) rapidamente, o cronico (sempre presente). Si verifica localmente (ipossia tissutale) o può riguardare l’intero organismo (ipossia generalizzata). Fra le cause, vi sono i problemi respiratori cronici, dovuti all’asma, a un cancro ai polmoni o a una broncopneumopatia cronica ostruttiva, ma anche contingenti, dovuti all’alta quota (mal di montagna). L’ipossia metabolica è associata a un aumento della richiesta di ossigeno rispetto ai fabbisogni normali. L’ipossia può essere associata a sintomi come capogiri, fiato corto, stato confusionale, mal di testa, tachicardia, aumento della frequenza del respiro, aumento della pressione, perdita della coordinazione, problemi di vista e cianosi.
L’acido lattico o lattato è invece un sottoprodotto del meccanismo anaerobico lattacido. Si tratta di un composto tossico per le cellule, il cui accumulo nel sangue si correla alla comparsa della cosiddetta fatica muscolare. Se tenuto sotto controllo attraverso esercizi fisici mirati «si traduce in un miglioramento dell’efficacia della chemioterapia e di altri trattamenti oncologici», ha aggiunto il ricercatore con riferimento allo studio dal quale ha preso le mosse il suo intervento.
Evidenziando i risultati di uno degli studi più recenti su questo argomento, Castillo ha infine sostenuto che l’esercizio fisico, in combinazione con la chemioterapia, può ridurre la progressione e il volume del tumore.
Ad ogni buon conto, una persona può dirsi attiva quanto ad attività fisica se fa movimento per almeno 30 minuti al giorno cinque volte la settimana. È quanto le linee guida internazionali raccomandano per la prevenzione delle malattie. Di recente l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha fatta propria questa indicazione nell’ambito di un programma che si prefigge, per i prossimi anni, di ridurre del 10% il numero delle persone inattive che sono, purtroppo, la maggioranza della popolazione, per lo meno in Italia. Nel nostro Paese, infatti, le persone che non praticano nessuna attività fisica raggiungono quota 60%, contro la media europea che è del 42%.